Scritti sulla PERGAMENA

In questa sezione riservata alla Pergamena verranno raccolti degli scritti, delle voci di Dizionari di Arti e Mestieri et coetera. Questi scritti fanno parte del volume: La Pergamena, oggi come 2000 anni fa di Vincenzo Caniglia. Iniziamo con lo scritto del prof. Icilio Guareschi, autore fra l’altro della Nuova Enciclopedia di Chimica, edita dalla UTET (Unione Tipografica Editrice Torino).




A. Dr. Icilio GUARESCHI (1847-1918) [1]
(da Supplementi Annuali Enciclopedia Chimica 1905) [2]
DELLA PERGAMENA



1. Cenno storico
La pergamena propriamente detta ora si prepara quasi solamente colla pelle di montone o di pecora, da ciò il nome ab antico di cartapecora; era preparata anche colla pelle di capra, ma era più grossolana. La pergamena vergine, denominata in Inghilterra anche vellum è più fina della precedente ed è preparata colla pelle di capretto o di agnelli nati morti. Si denomina pure pergamena vergine quella più fina, detta in Francia vèlin, e che si prepara con la pelle di giovani vitelli, meglio se nati morti. Le pelli di asino, di bue, di vitello, ecc. servono per fare la pergamena da usarsi per tamburi, timpani, ecc. La pergamena di pelle di porco serve per fare stacci, crivelli, ecc. La pergamena pei libri liturgici era da tempo quasi sempre preparata con pelle di porco. [3]. Le prime pergamene erano molto difettose e servivano specialmente per involgere i libri di papiro o le tavolette. Riguardo la pergamena preparata con pelli di animali neonati o anche nati morti, il Beckmann, nelle sue Beitrage z. Geschichte d. Erfindungen vol. IV, pag. 568, scrive quanto segue: Col progredire dell’arte, la pergamena fu trovata troppo spessa e dura per miniarla; si cercò una pelle più fine e la si trovò nella pelle di vitelli non nati o nati morti. Questa scoperta condusse ad un maggior raffinamento delle foglie d’oro; ma l’arte si avvantaggiò ancora di un’altra scoperta, che fu di usare la pellicola sottilissima dei budelli dei buoi e delle mucche, come riferisce Lancellotti, che scriveva verso la prima metà del XVII secolo. [4]. La pergamena viene ora ricoperta generalmente su una faccia con della creta, o con un apparecchio composto da colla di pelle di guanto e salda d’amido che la rende lucida e permette di poterci scrivere sopra. [5]. Io ne ho trovato nel commercio di quella che in una faccia era ricoperta da uno strato sottile di biacca ossia carbonato basico di piombo. Questa pergamena anneriva subito coll’acido solfidrico. Il velino differisce dalla pergamena ordinaria per la natura della pelle, per essere molto liscia per la grande bianchezza e specialmente per la finezza che gli dà una semitrasparenza molto più bella che quella della pergamena. lo si preparava colla pelle di vitello, a condizione che l’animale non avesse più di sei settimane; se oltrepassa questa età la pelle è troppo forte e serve solamente per la concia. Più la pelle è giovane più il velino è pregiato. Il migliore è quello preparato colla pelle dei feti. È per conseguenza più caro della pergamena. Molti bellissimi manoscritti del secolo XIV erano fatti con velino detto pergamenum abortivum, cioè fatto con pelle di vitello nato-morto o in parto prematuro. Non è esatto dire pelle di velino (peau-vèlin), perché già la parola velino vuol dire pelle di vitello preparata in un certo modo. Secondo Peignot [6], il velino migliore e più bello era (1812) quello d’Itali e di Alemagna; ma era molto caro e non poteva servire che per opere di gran lusso, quale l’Omero del Bodoni [7] (Parma 1808, 3 vol. grand. in-folio). Il velino molto più della carta si conserva bene, e per mille anni e più si è visto questa sostanza conservare la sua freschezza e la sua solidità. Il Peignot termina il suo bel libro sulla pergamena e il velino scrivendo: “da tutto quanto ho esposto si può concludere che l’origine della pergamena, come materia per la scrittura si perde nella notte dei tempi, che si è perfezionata a Pergamo nel secolo III prima dell’era volgare, che i Greci ed i romani ne hanno fatto uso, che questo uso si è moltiplicato nel medioevo tanto in Oriente quanto in Occidente, e specialmente in Germania; che la scoperta della carta di cotone seguita da quella della carta dagli stracci ne ha ristretto l’uso, che dopo il primo secolo della stampa se ne è usata piuttosto raramente e che infine dal tempo della Rivoluzione francese l’uso si è fatto più raro.” Fra le opere moderne stampate su velino finissimo si ricordano, il Racine di Didot (1802), del quale Firmin Didot [8] ne aveva una copia che costava 32.000 lire; l’Omero di Bodoni (Parma 1807-1808), 2 copie. Già da molti secoli prima dell’era nostra si usava la pelle degli animali per la scrittura. In origine si scrisse su pelli più o meno conciate e pare che gli Egiziani adoperassero le pelli già 2000 anni prima dell’era nostra. I Persiani usarono dei nastri di cuoio; gli Ebrei presentarono a Tolomeo una copia delle Sacre Scritture su pelli conciate. Ora si sa che gli Indiani Pelli Rosse scrivevano o disegnavano i risultati delle loro cacce e delle loro guerre sulla parte interna di pelli di bisonte conciate e imbianchite e che a loro servivano come mantello [9]. Ma il cuoio, per quanto ben preparato, era sempre troppo ruvido e troppo spesso. Per diminuire il peso si dovette pensare anche ad assottigliare la pelle, poi a conciarla poco per diminuirne la ruvidezza e renderla malleabile, e così a poco a poco si venne alla pergamena, in cui una vera concia non si ha. Secondo Géraud [10], il Petrarca portava una veste di cuoio sulla quale talora egli scriveva quando faceva qualche passeggiata. Questa veste coperta di scritture, era ancora nel 1527 tra le mani di Sadolet. La vera pergamena, quale si usa ancora, pare sia stata fabbricata per la prima volta a pergamo nel II secolo av. Cr.; da ciò il nome di pergaminum o pergamenum, pergamina charta o foglio di Pergamo. L’uso della pergamena per scrivere o disegnare sarebbe stato inventato da Eumene II, re di Pergamo. Si disse anche membrana, perché la pelle ricopre le membra. Con questo nome di membrana gli autori latini intendevano di designare la pergamena ed anche il papiro. In seguito i nomi di membrana, corium e pergamena si confusero insieme (Peignot). In Tedesco se ne fece pergament, in inglese parchement, in spagnuolo pergamino, in olandese parckament. Nel medioevo si chiamava anche pergamentum e pergamerium. Alcuni Italiani ora lo chiamano impropriamente parcimino dal francese parchemin. La carta a base di cotone fu chiamata in principio dagli Spagnuoli pergamino di panno. La conoscenza della carta bombicina (charta bombycina) o charta cotonia, o charta damascena, passò dai Greci all’Italia e per mezzo dei Veneziani si diffuse in Germania nel secolo IX sotto il nome di pergamena greca. Il Beckmann [11] riferisce come il Lessing ricordi la pergamena graeca ex lana ligni e come egli non abbia potuto indovinare di che si tratti. Che fosse corteccia d’albero finissima? Egli dice. Ma ora si capisce che evidentemente con quelle parole si voleva alludere alla carta di cotone. Poi il Lessing parla di pergamena vituli: forse già di vitelli non nati. Si veda Codices latini bibliothecae Naniaerae a Sac. Morellio relati (Venetiis 1777, in 4°, pag.33). Secondo Varrone, essendo nata grande discordia fra i sapienti di Pergamo e di Alessandria, questi, nella cui città principalmente fabbricavasi il papiro, impedirono che fosse inviato del papiro a pergamo; ed allora gli scrittori di Pergamo dovettero necessariamente pensare a trovare un nuovo materiale per scrivere, e da ciò l’invenzione della pergamena o membrana di Pergamo preparata colle pelli degli animali. Però, secondo Erodoto e Diodoro, pare siano stati i Joni ed i re di Persia, prima ancora di Eumene, i primi ad usare le pelli di animali per scrivere. Erodoto ricorda come i Joni scrivessero su pelli di capra e di montone, e che anche ai suoi tempi molti barbari scrivevano su pelli di animali. Plinio [12] ricorda come i Parti amassero meglio scrivere sulle pelli degli animali che non sul papiro. Così parla Diodoro dei Persiani che scrivevano i loro annali su delle pelli. Ad ogni modo, se quei di Pergamo non hanno proprio inventata la preparazione della membrana che prese il nome di membrana di Pergamo o pergamena, essi certamente l’hanno molto perfezionata e da quel tempo se ne diffuse l’uso. Ai tempi di Plinio si usava già molto la pergamena in sostituzione del papiro o carta egiziana, che diventava sempre più rara e costosa; non erano ancora però conosciuti i processi d’imbianchimento. La pergamena era molto conosciuta al tempo di Cicerone, che la chiamò membrana o membrana pergamena; si denominò anche charta pergami. Da ciò i nomi di pergamena in italiano e parchemin in francese. L’uso della pergamena si diffuse molto in Oriente e in occidente, e specialmente in Germania. Se ne conoscevano tre qualità: bianca, giallastra e porporina. Della pergamena colorata, e specialmente della porporina e dei colori usati a questo scopo o per miniatura, sarà ampiamente trattato in un articolo : Colori usati dagli antichi. La materia colorante che serviva a tingere in porpora la pergamena forse non era la stessa che serviva a preparare l’inchiostro color porpora. La pergamena porporina non era rara, mentre il color porpora, che ritraeva da un mollusco, era rarissimo. Vi sono ancora dei libri interi, di chiesa, in pergamena porporina. In Germania ed in Inghilterra, ove non era conosciuta la carta d’Egitto o papiro, non si usava che la pergamena. In Inghilterra vi sono delle carte reali formate solamente da piccoli pezzi di pergamena e che portano il timbro reale; pezzi che erano grandi quanto una carte da giuoco; molti di questi pezzi si riunivano insieme, occorrendo, e se ne faceva un volume o un rotolo; coloro che incollavano i fogli si dicevano glutinatores: [13]. Gli Ebrei, dopo Mosè, usarono la pergamena per copiare il libro della legge; ma, come scrive il Peignot, in tutti i tempi e specialmente nel medioevo , e dopo, sceglievano scrupolosamente la pergamena, facevano fare le copie con grande attenzione e consideravano come corrotto un manoscritto nel quale, ad esempio, mancasse una lettera o ve ne fosse una di più. Gli antichi Ebrei erano tanto abili nell’incollare i fogli di pergamena pei loro libri sacri, che non si scorgevano le giunture. Secondo Giuseppe, fu un momento di ammirazione per Tolomeo Filadelfio quando i settanta vecchi ebrei, inviati dal gran sacerdote, spiegarono in sua presenza i rotoli ove la legge di Dio era scritta in lettere d’oro (loc. cit.). Secondo Lalanne [14] si conserva nella Biblioteca di Bruxelles uno scritto del Pentateuco che si crede anteriore al secolo IX e che è scritto su 57 pelli riunite insieme; il tutto lungo 36 metri. In principio si scriveva su una pagina sola; dopo il secolo X si cominciò, secondo alcuni, a scrivere dalle due parti. Il che non è esatto, perché si conoscono manoscritti in pergamena scritti nelle due pagine e molto anteriori al secolo X. Secondo D. de Vaines [15] non si sarebbe scoperta nessuna carta o diploma in pergamena prima del secolo VI; prima di questo tempo la pergamena serviva per scrivere ed il papiro o carta d’Egitto per i diplomi. Pare che i più antichi manoscritti su pergamena non risalgono oltre il II secolo d.C., e che i più antichi atti scritti su pergamena non risalgono oltre il VII secolo. Il famoso documento detto Papiro di Leyda del III secolo è appunto un manoscritto su papiro. Ma dopo il V secolo il papiro non si usò quasi più. Quasi tutti i manoscritti dal V a XV secolo sono su pergamena; così pure dopo il secolo VIII tutti gli atti o carte sono su pergamena. Scoperta la stampa, alcuni libri furono stampati su pergamena; ad esempio, le bibbie manoscritte che Jean Faust portò a Parigi nel 1462 erano stampate su pergamena, ed egli le vendette come bibbie manoscritte al prezzo di 60ducati d’oro (550 franchi) ogni copia. Tra i codici che ho avuto nel mio laboratorio (n.76) vi era un libro d’Heures a stampa su pergamena del secolo XVI molto bello, che era in pessimo stato ed ora è quasi tutto ricuperato e leggibile. Fu tra il secolo III e IV che la pergamena ebbe il sopravvento sul papiro e questo definitivo successo scrive il G. Lafaye, va di pari passo col trionfo del Cristianesimo, perché gli scrittori di opere ecclesiastiche dovettero preferire la pergamena al papiro, essendo più resistente, più durevole e prestandosi meglio per opere di gran mole e per l’insegnamento. Tra il III e V secolo si ricopiarono su pergamena molte opere antiche classiche, quale, ad es., De Republica di Cicerone, perché i papiri erano in cattivo stato.

2. Palinsesti
Vi fu un momento, verso il secolo VII, in cui la pergamena era molto rara e costava moltissimo, stante il grande consumo che se ne faceva; così si cercò di utilizzare i fogli in pergamena già scritti, cancellandoli mediante raschiatura, colla calce, ecc. e scrivendovi di nuovo sopra (palinsesti); questa è stata una delle cause per cui molti manoscritti preziosi andarono perduti. Muratori, nella sua Antiq. Italicae (tomo III, Dissert.43, pag.834), ricorda di aver visto nella Biblioteca Ambrosiana un manoscritto delle opere di Beda dell’VIII al IX secolo sostituito ad una scrittura molto più antica. Angelo Mai [16], che aveva una straordinaria perizia nel leggere i palinsesti, usò per primo i reattivi chimici per riconoscere la scrittura sottostante, mentre prima si usava guardare il manoscritto rimpetto alla luce solare [17]; mezzo questo molto incerto, ma meno dannoso di quello dei reattivi imprudentemente applicati. Trovò molti avanzi dei sei libri del De Republica di Cicerone (scritto nel III) in un palinsesto del X secolo. Nel medioevo e principalmente nei secoli XI, XII e XIII, per opera di monaci, si cancellavano purtroppo opere importanti di autori profani per scrivere specialmente libri sacri, preghiere, ecc. Il trattato De Republica di Cicerone era stato completamente ricoperto coi lavori del Concilio di Calcedonia! [18]. L’uso della pergamena raschiata era stato proibito per gli atti pubblici. Fra i principali testi che si sono così recuperati si ricordano alcuni frammenti della Bibbia di Ulfila nella Biblioteca di Wolfenbüttel, il De Republica di Cicerone, dei frammenti di Tito Livio nella Vaticana, le istituzioni di Gaius a Verona, dei frammenti di Euripide e di Granius Licinianus nel British Museum, un antichissimo testo di Plauto a Milano, uno Strabone a Grottaferrata, ecc. Molti dei palinsesti svelati da Mai, Niebuhr ed altri appartengono agli scritti di Bobbio [19]. Alcuni storici asseriscono che si facevano scomparire i primitivi caratteri non solamente con la raschiatura o con sostanze speciali, ma anche mediante l’ebollizione o colla calce [20]. Ma è difficile credere che si possa aver cancellato la prima scrittura sulle pergamene mediante l’ebollizione, perché si sa che in queste condizioni la pergamena subisce trasformazioni tali che impossibile sarebbe lo scrivervi sopra ancora [21]. Per cancellare la scrittura su pergamena si possono adoperare metodi diversi secondo gli inchiostri. Spesso serve bene la pomiciatura, come pure, nel caso di inchiostri moderni grassi, possono servire il cloroformio, il benzene, ecc., insieme alla pomiciatura. Questo posso dire per esperienza mia. Sfortunatamente molti eruditi hanno usato con poca precauzione dei reattivi chimici per far ritornare l’antica scrittura, ed hanno così distrutto non pochi manoscritti. In molti casi i rimedi sono stati peggiori del male. I reattivi devono essere usati da chi ha conoscenze chimiche. Ma di ciò più ampiamente discorrerò nel capitolo “Inchiostri usati dagli antich”i. Oggi si utilizza anche la fotografia per riconoscere i palinsesti e le falsificazioni di documenti [22]. Si ha un bel dire e gridare da alcuni che i principali documenti del sapere furono nel medioevo conservati nei conventi, ma non si pensa all’enorme materiale che in questi conventi stessi andò perduto. Nei primi secoli, è vero, i manoscritti furono conservati con cura grande; ma, come giustamente osserva Cuvier, ”non si deve credere che essi fossero conservati sino al rinascimento delle lettere e delle scienze. Dopo alcuni secoli, essendo i monaci diventati ricchi, si trascurò talmente la conservazione dei manoscritti, che alla fine del medioevo non esisteva quasi più. Se la scoperta della stampa fosse stata fatta due secoli dopo, è probabile che quasi tutte le opere antiche sarebbero andate distrutte” [23]. Forse non restava più un manoscritto d’autore antico, se fortunatamente verso il secolo XIII non si fosse introdotto l’uso della carta anche in Occidente. Erano così numerosi questi manoscritti distrutti, o palinsesti, che, già con quelli rivificati nelle sole biblioteche di Roma e di Milano, si sono composti molti volumi, e ciò già al principio del secolo XIX. Tra i codici che erano nel mio Laboratorio ve ne era uno bobbiense [24] con palinsesti che aveva manifesti segni di tentativi, veramente un po’ grossolani, per poter renderli molto visibili e leggerli. Il costo enorme della pergamena fu anche causa per la quale molti manoscritti sono in carattere piccolo e fittissimo e spesso abbreviato. I Certosini di Parigi nell’XI secolo pregarono il conte di Nevers di riprendere il vasellame d’argento che loro aveva donato e di sostituirlo con della pergamena [25]. Dannoso alle lettere è pure l’uso nei secoli XIV,XV e XVI di rilegare i libri con pergamena proveniente da antichi manoscritti; l’ignoranza dei legatori ha spesso fatto usare degli scritti non privi d’importanza come materia grezza per servire da copertura. Peignot a questo proposito cita le ricerche di De Mur, di Oberlin e di altri [26]. Nel medioevo la pergamena si fabbricava generalmente nelle abbazie. A Parigi la grande fiera della pergamena si teneva a Saint-Denis, e si apriva il mercoledì della seconda settimana di giugno. L’Università e i suoi adepti ed i pergamenieri del re avevano il privilegio di essere i primi acquirenti e di scegliere la pergamena migliore che loro occorreva. Questo privilegio durò sino al 1633. I pergamenieri erano costituiti in corporazione come gli alluminatori, i legatori, gli scrivani e i librai; erano esentati dalle tasse, dalle gabelle, ecc. A Parigi, ancora nel secolo XVIII, i pergamenieri formavano una classe i cui statuti erano stati pubblicati nel 1545 e 1550 sotto i regni di Francesco I e di Enrico II, e poi erano stati ampliati da Luigi XIV nel 1654. In questi statuti fra le altre cose è detto che nessuno potrà essere pergameniere se non ha fatto quattro anni di pratica (apprentissage), servito i maestri per tre anni in qualità di aiuto e fatto qualche bel lavoro. Dopo che s’introdusse per scrivere e stampare l’uso della carta, il consumo di pergamena andò a mano a mano diminuendo [27]. Dopo la Rivoluzione francese l’uso della pergamena diventò ancora più raro. Fino al secolo XVIII e anche nel XIX la pergamena serviva ancora per gli atti dei sovrani e anche per transazioni private. Anche ora serve per miniature, per diplomi scolastici d’onore, ecc. Le pergamene ordinarie servono per la legatura dei libri, ecc.

3. Preparazione della pergamena
Anatomicamente parlando, la pelle consta di uno strato superficiale o epidermide formato di tessuto, suddiviso a sua volta in strato corneo e reticolo malpighiano [28], e del derma o corion, il quale esso pure si suddivide in derma propriamente detto, formato da tessuti connettivo ed elastico intrecciati e tenuti insieme da materia intercellulare, e in tessuto congiuntivo sottocutaneo, nel quale stanno le glandole sebacee e sudorifere. Lo strato superiore del derma è costituito di papille, piccole protuberanze tondeggianti che i conciatori chiamano il fiore del cuoio. Il derma è la parte fondamentale della pelle in certe date direzioni e la sua elasticità ci spiegano non solo la notevole ritrazione che ella subisce nelle amputazioni o in altri tagli, ma anche la contrazione della pergamena più in un senso che nell’altro per l’azione del calore. Le più antiche notizie che io ho trovato intorno le pergamene usate per la pittura sono quelle che si trovano nell’opera di un anonimo: Compositiones ad tingenda musiva, pelles et alia, ad deaurandum ferrum, ecc., manoscritto del secolo VIII, trovato nella Biblioteca dei Canonici di Lucca e pubblicato dal Muratori nelle sue Antiquitates Italicae, tomo II, De artibus italicorum post inclinationem Romani imperii, dissert. XXIV pag.364-387, e commentato dal Berthelot nella sua opera: La chimie au moyen âge, 1893, vol. I. L’ignoto autore nel capitolo De Pergamina scrive: “Pergamina quomodo fieri debet. Mitte illam in cantiro. Et rade illam cum nobacula de ambas partes; et laxas desiccare. Deinde quodquod volueris scapilatura facere facere, fac, et post tingue cum coloribus”. E’ interessante il fatto, che forse il più antico manoscritto che tratti di chimica applicata è questo d’un autore italiano. Era pochissimo conosciuto prima della pubblicazione fatta dal Berthelot. Dalle notizie intorno a questo antico trattato di chimica applicata e ad altri lavori di Italiani poco conosciuti si trovano nella mia biografia: Vannoccio Biringucci e la Chimica tecnica, e più ancora estesamente sarà detto in un successivo lavoro storico : Sulla Chimica tecnica in Italia. Come si vede, sino d’allora si usava la calce. E di questa infatti più o meno ne resta sempre nelle pergamene per la scrittura o per la pittura. Teofilo, nel secolo XII, che pare l’inventore della pittura ad olio, nel suo famoso libro: Diversarum artium schedula, non tratta della fabbricazione della pergamena; accenna invece alla pergamena greca, che dice fatta con cotone del legno(?); parla della fabbricazione dei colori, come il verde di Spagna, la cerussa, il cinabro; insegna a preparare la colla (che deve servire a fissare i colori) colla pelle, colla pergamena, con la vescica, ecc. Secondo Cicerone, i Romani preparavano al suo tempo la pergamena con tanta perfezione che egli afferma aver visto l’Iliade di Omero scritta su una pergamena così sottile, che la si sarebbe tutta intera rinchiusa in un guscio di noce! La pergamena è una pelle resa resistente non già per mezzo d’una vera concia, ma per mezzo di operazioni in gran parte meccaniche. Che non sia veramente conciata, si desume già dal fatto che la pergamena non è imputrescibile come il cuoio [29]. La pelle umida si putrefà facilmente; se è ben disseccata si conserva a lungo, ma è molto indurita. Può conservarsi a lungo anche umida, se è imbevuta d’acqua salata o ricoperta di sale. Le prime operazioni che si eseguiscono sulle pelli consistono nella eliminazione degli strati epidermici, dei peli e di tutti gli strati che non siano il puro derma, il quale serve a fare il cuoio e la pergamena. Le operazioni che si fanno subire alle pelli grezze, cioè pulite e depilate, sono: la tiratura su telaio, la scarnatura, la sdossatura, la spolveratura e la essiccazione. La prima operazione si eseguisce prendendo la pelle già spelata e ben pulita, lavandola in acqua corrente, poi stendendola ben fortemente su un telaio di legno robusto, contro il quale, a mezzo di fori e di caviglie di ferro, viene fissata la pelle La seconda operazione ha per iscopo di sbarazzare la pelle da tutte le parti carnose per renderla omogenea; è una operazione importante. La si eseguisce con un ferro di forma speciale, semplice che ha lo spigolo un poco arrotondato e ribattuto a modo di angolo retto; cosicché, scorrendo con esso dall’alto al basso, si riesce a raschiare come una pialla tutte le prominenze che si incontrano. La sdossatura è una operazione così chiamata, perché si pratica sul fiore o dosso della pelle; essa ha per iscopo di far uscire tutta l’acqua meccanicamente e di eliminare le immondezze che vi si fossero accumulate di sopra. A questo scopo si adopera un ferro particolare, ma che è analogo a quello che funziona sul cavalletto di depilazione e purgatura delle pelli ordinarie. La spolveratura, che serve a facilitare la essiccazione e a ricoprire le parti grasse non ben eliminate nelle precedenti operazioni, consiste nello spolverare la pelle con calce spenta [idrato di calcio Ca(OH)2] o con bianco di Spagna mediante uno strofinaccio. In ultimo si passa alla essiccazione; al quale scopo bisogna aver cura di non esporre la pelle né al sole né all’umidità e meno ancora alle brine; il sole potrebbe raggrinzirla, la umidità la macchierebbe e la brina la sfascierebbe. L’essiccazione deve essere fatta mantenendo la pelle tesa sul telaio. Le pergamene da servire per scrittura, pittura, ecc., si sottopongono inoltre alla raschiatura ed alla pomiciatura. La prima operazione si eseguisce con un ferro detto ferro da scarnare, ed ha per iscopo di rendere la pergamena più omogenea. La pomiciatura poi completa la fabbricazione della pergamena, ed ha per iscopo di eguagliare e lisciare la pelle togliendole tutte le scabrosità lasciate dalla raschiatura. La faccia deve essere bianca e a grana fina. In causa della lavorazione, spesso le pergamene ordinarie hanno dei forellini o delle discontinuità. Si rimedia nel modo seguente: per riempire questi fori il fabbricante toglie dai ritagli di altre pergamene dei pezzi che si riducono poi dell’identica forma e superficie del vano da riempire; si assottigliano i labbri o bordi di questi pezzi, come pure quelli del vano, e si spalmano con dense soluzioni di gomma arabica od anche con bianco d’uovo. Allora si sovrappone il pezzo sul vano e vi si preme con un martello. Questa incollatura è assai durevole, e nel caso di pergamene destinate alla scrittura, si spolvera tanto il pezzo rimasto quanto la periferia della parte coperta mediante bianco di Spagna, il quale serve altresì ad assorbire l’umidità e a togliere la gomma o il bianco d’uovo che vi fossero rimasti in eccesso [30]. Ciò che si dice bianco di Spagna è carbonato di calcio in polvere finissima. La fabbricazione della pergamene non ha subito forse molte variazioni nel medioevo e dopo. Ben poco si conosce sui procedimenti tenuti dagli antichi nella fabbricazione della pergamena, anzi il Peignot dice addirittura che questi procedimenti si ignorano. Però Ildeberto, detto il Venerabile, arcivescovo di Tours e che visse dal 1057 circa al 1134, nei suoi sermoni [31] lasciò scritto:” Scitis quid scriptor solet facere. Primo cum rasorio incipit npergamenum purgare de pinguedine, et sordes magnas auferre: deinde cum pomice pilos et nervos omnino abstergere. Quod si non faceret, littera imposita nec valeret, nec diu durare posset. Postea regulam apponit ut ordinem in scribendo servare possit”. Ma, come giustamente osserva Peignot, le operazioni sovraindicate pare fossero eseguite dal copista sulla pergamena grezza. Non accenna all’uso della calce, come trovasi nel brano del Compositiones. Sulla preparazione della pergamena, sulle abbreviature, ecc., scrisse verso il 1300 un frate domenicano, Jacobus de Lausanna; non ho potuto vedere questo lavoro; accennato in una pubblicazione del prof. Enrico Rostagno [32]. Sulla fabbricazione della pergamena si può anche consultare l’antico articolo PARCHEMIN della Encyclopèdie ou Dictionnaire raisonné del Diderot, Paris 1765, t. XI.


Note:
[1] Guareschi, Icilio, docente di chimica-farmaceutica nelle Un. di Siena e Torino. Si occupò di chimica organica, tossicologica e analitica; il suo nome è noto per 2 reazioni cromatiche (rispettivamente, per la ricerca del bromo e dei fenoli), nonché per la sintesi di derivati della piridina che va sotto il nome di G. Ihorpe (di Hantzsch nella forma più gen.). Si occupò anche di storia della chimica, mettendo soprattutto in luce chimici italiani prima ingiustamente dimenticati. Dopo l’incendio della Biblioteca Nazionale Universitaria di Torino avvenuta nel 1904, Guareschi si occupò del restauro dei manoscritti membranacei danneggiati. Portò praticamente a termine la Nuova Enciclopedia di Chimica.
[2] Da una memoria pubblicata nel 1905, in Suppl. Ann. Enc. Chim.
[3] Gilardin, Lecons de chim.èlèm.appliquèe aux arts ind., t.V, pag 26.
[4] L’hoggidì, ovvero gl’ingegni non inferiori ai passati. In Venetia 1638, in 8°, pag.444: Adopravano prima quei che battono l’oro certe forme di carta non nata , cioè di pelli di vitelli non nati, ma di madre che disperdeva, perché quella pelle si era senza pelo, dentro la qual carta si batteva l’oro. Ma per le guerre di Fiandra, donde veniva, non potendo haversene i Tedeschi si sono ingegnati della pelle del budello gentile lauato benissimo e tagliato, e steso sopra un telaio, e poi un altro rivolto sopra quello, che viene ad attaccarsi subito insieme, e posto non al sole, perché si guasterebbe, ma all’aria sola, e con polvere di pomice, e con un’altra pomice, nettata quella pelle da quei carnicci, e tagliata in quadretti e messo un quadretto di carta nostrana, et uno di quella, battendola con un mazzetto o martello di 20 libre in circa, fino a tanto ch’è fuori il grasso et humido, che riceve in sé la carta bianca, fassi una cosa o carta sopra ogni credere sottilissima”
[5] Villavecchia, Dizionario di merciologia.
[6] Peignot, Gabriel Etienne (1767-1848) Essai sur l’histoire du parchemin et du vèlin. Paris, 1812, in 8°. Questa opera del Peignot, come le altre dello stesso autore, è piuttosto rara; la copia che ho sotto gli occhi è un bello esemplare appartenente alla Biblioteca Nazionale di Firenze. Peignot, distinto bibliofilo, pubblicava le sue numerose opere in un ristretto numero di esemplari. Il suo Essai fu tirato in 250 esemplari, dei quali 2 su velino.
[7] Bodoni Giovambattista: Tipografo e fonditore di caratteri, il più grande ideatore di “tipi” e il rinnovatore dell’arte tipografica italiana del secolo XVIII (Saluzzo 1740-Parma 1813).
[8] Didot Firmin (Parigi 1764-Mesnil 1836): letterato ed inventore di un processo di stereotipia; grande creatore di caratteri. Appartenente ad una celebre famiglia di tipografi ed editori parigini (nota di V.C.).
[9] Catlin, North-American Indians,18321839, Edinburgh 1903, in 8°, 2 vol.; in Maire, loc.citato..
[10] Geraud, Essai sur les livres dans l’antiquitè, Paris 1840, pag.19. Gli antichi autori confondevano anche la pergamena col cuoio sul quale pure scrivevano (Peignot). Il racconto relativo al Petrarca trovasi già ricordato dal Mabillon e dal Peignot (loc. cit., pag.52).
[11] Beiträge zur Geschichte d. Erfindungen vol. IV, pag. 566.
[12] Hist.Nat. lib. XIII, cap.XI.
[13] Nouveau traitè de diplomatique, 1750, t.I, pag.480. Questo libro mi fu fatto conoscere dal signor cav. Armando, che ringrazio. La breve parte storica dell’art. Parchemin del Larousse è in gran parte da questo Trattato.
[14] Peignot (loc. cit.) cita Lambinet (Recherches sur l’origine de l’imprimerie, pag.55) il quale ricorda questo caso di Faust ed altri casi simili.
[15] Dictionnaire diplomatique.
[16] Angelo Mai = nacque a Schilpario in provincia di Bergamo nel 1782 e morì nel 1854. Questo gesuita scienziato ha grandi meriti. Addetto nel 1811 alla Biblioteca Ambrosiana di Milano, si occupò di paleografia e specialmente dei palinsesti, di cui egli si può dire fu il vero scopritore. Sotto scritture moderne riuscì a scoprire le scritture antiche, e dal 1813 cominciò a pubblicare frammenti di autori antichi greci e latini. Nel 1819 fu nominato primo bibliotecario della Vaticana. Fu il primo a trovare molti avanzi dei sei libri del De Republica di Cicerone, perduti in un palinsesto del secolo X (Wiese e Pèrcoco, Storia della letteratura italiana, 1903, pag.661). Il metodo adoperato da lui per riconoscere i palinsesti ha però prodotto dei danni ai manoscritti.
[17] Nouvelle diplomatique, t. I, pag. 482.
[18] Champollion, Manuscrits du moyen âge, in Pouchet, loc. cit. pag. 101. Il Pouchet non ricorda affatto il nostro Angelo Mai.
[19] Bobbio (cittadina in provincia di Piacenza); vi si trova una celebre abbazia benedettina fondata nel 1612 da S. Colombiano (nota di V. C.).
[20] Peignot, loc. cit. pag. 86.
[21] I palinsesti sono manoscritti dai quali si è cancellata la scrittura primitiva per sostituirla con un nuovo testo. Questa pratica non è però stata inventata nel medioevo; i Romani la avevano già usata, ma mai su vasta scala come dai monaci dei secoli XI,XII e XIII. Per fortuna che questa pratica barbara fu quasi sempre eseguita molto grossolanamente e con negligenza, al punto che la scrittura primitiva non è mai così completamente cancellata che non si possa con reattivi chimici ancora riconoscerla. Ed è così che Angelo Mai e il Neibuhr hanno ritrovato dei testi importantissimi che si credevano perduti. Nell’antichità si usava il palinsesto anche col papiro. Cicerone, nel rispondere a Trebatius che gli aveva scritto su un papiro raschiato, diceva: “ Spero che non raschierete le mie lettere per scrivervi le vostre sopra”. Anche più tardi, al tempo del basso impero, si faceva questo, quando il papiro era diventato raro. La maggior parte dei palinsesti sono sulla pergamena, essendo questa un materiale per scrivere che è sempre stato molto caro, e poco abbondante. Un altro genere di palinsesto fu trovato nella Biblioteca di Wolfenbüttel, cioè un esemplare delle Constitutiones Clementinae, stampato da Jenson a Venezia nel 1476 su della pergamena che aveva già servito e dalla quale era stata cancellata la scrittura.
[22] Si vegga, ad es., Dennstedt e Schopff, Einiges über die Anwendung der Photographie zur Entdeckung von Urkundenfälschungen. Hamburg 1898, e Chem. Centralbl. 1898, t.II, pag. 233.
[23] Cuvier, Hist. des sciences naturelles. Paris 1841, t.I, pag. 362.
[24] Sta per codice bobbiense (o bobbiese, o bobiènse) proveniente dalla celebre abbazia benedettina di Bobbio ( prov. Piacenza), fondata nel 612 da s. Colombiano (nota di V.C.).
[25] Peignot, op. cit. pag.109.
[26] Non solamente i rilegatori, scrive Peignot, ma gli operai che impiegano molta vecchia pergamena, quali i fabbricanti di crivelli, gli antichi fabbricanti di battoirs, i luthiers, ecc. hanno inconsapevolmente distrutto buoni manoscritti; al punto che degli scienziati del secolo XVI, quali Giov. Vincenzo Pinelli, che ricercavano vecchi manoscritti, avevano cura d’inviare degli emissari nelle diverse città d’Italia e di Germania per visitare con cura tutte le botteghe degli operai accennati e in questo modo salvarono qualche opera importante (v. Peignot nel suo Traitè des Bibliographies spèciales).
[27] La carta ha pregi grandissimi, ma il principale fra tutti è quello dell’economia. “ L’introduzione della carta esercitò una straordinaria influenza sopra l’arte della scrittura. Il papiro e la pergamena erano materiali troppo costosi, né potevano perciò prestarsi ad una grande diffusione fra il popolo; per tutto il corso del medioevo essi serbarono un certo carattere aristocratico e furono la cagione principale per cui la conoscenza della scrittura si limitò per così lungo tempo alle sole persone appartenenti a più elevata condizione. Ma la necessità d’un materiale di scrittura più comodo ed a migliore mercato si fece addirittura quando il commercio assunse un carattere internazionale e la borghesia, cresciuta d’importanza, tolse il monopolio della istruzione della gioventù alle scuole dei conventi affidandola invece a stabilimenti laici, ed allorquando la scienza non fu più coltivata soltanto dalla gente di chiesa” (F. Reuleaux, Le grandi scoperte, vol. I, parte 2a, pag.108) Non è però meno alterabile della pergamena ed erra il signor A. Maire, bibliotecario della Biblioteca di Parigi, quando scrive: ” La scoperta della carta assicurò al libro una vitalità ed una espansione indefinita. Si trovò infatti la materia per eccellenza, la materia indistruttibile che permette al libro di essere più malleabile, meno pesante, di durare così a lungo, se non di più, che il papiro e la pergamena” (Rev. Scient. 1904 [5] t. II, pag. 238). La carta è materia indistruttibile? Da questo lato anzi la pergamena ha vantaggi notevolissimi sulla carta. Nel caso di incendio, ad esempio, è molto più facile e completa la distruzione dei libri cartacei che non dei pergamenacei. Inoltre la carta ha altri gravi inconvenienti. Col tempo cambia, si colora più o meno, vi si sviluppano delle muffe di vari colori e può alterarsi profondamente; è corrosa da certi inchiostri. Non pochi vecchi manoscritti e libri cartacei di molte biblioteche sono in istato deplorevole. Mi è spesso capitato d’avere per le mani libri cartacei antichi delle nostre biblioteche, ad esempio, dei secoli XVI e XVII, che sono corrosi, e tanto, che in alcune parti è scomparso il carattere; corrosione dovuta a piccolissimi insetti (coleotteri, grossi circa ½ mm, termiti, larve di farfalle, ecc.) che scavano nel libro delle gallerie; insetti che si annidano specialmente nelle copertine. Questi libri dovrebbero essere fatti rilegare e nel tempo stesso disinfettati coi metodi moderni per impedire il proseguimento del danno enorme. Ma a queste spese e a questo lavoro che sarebbero necessari, indispensabili, chi ci pensa? Altra notevole causa di danni è la corrosione dovuta agli inchiostri. Ernesto Monaci (Per le nostre biblioteche, nella Nuova Antologia, 1° marzo 1904) giustamente osserva “ che si inscrivono in bilancio lire 125.000 per un monumento al Petrarca e preparare una edizione critica delle sue opere.... Ah se il Petrarca potesse alzare la testa dalla tomba e dire due parole ancora!.....” L’autore prosegue con parole severe, ma giuste, sullo stato delle nostre biblioteche.
[28] Da Malpighi.
[29] E’ erroneo il dire che “sotto il nome di pergamena s’intende una pelle la quale è resa imputrescibile non già per via d’una concia, ecc.....” (Encicl. Arti e Industrie, vol. II, pag.832). La pergamena è invece putrescibile. E’ imputrescibile nelle condizioni ordinarie di secchezza.
[30] Altre notizie si troveranno in Monselice (La Concieria, in Enc. Arti e Ind., vol.II, Voinesson de Lavelines (Cuirs et peaux, 1894), per ciò che riguarda i diversi velini, quali il velino montone, velino vitellino, velino per pastello ecc. La preparazione dei velini più rinomati che si fanno colla pelle dei vitelli trovati morti nel ventre della madre morta per malattia o uccisa all’ammazzatoio, richiede delle cure tutte speciali e particolarmente pei velini per pastello. Quando la pelle è ben raschiata, vi si scorre sopra con la pietra pomice e poscia con un ferro che ne toglie tutta la polvere da questa lasciata, e a furia di tali operazioni si riesce ad impartire al velino la grana caratteristica che lo fa assomigliare al velluto. I più rinomati velini sono quelli di Ausburgo e sono preparati di preferenza colla pelle della testa ( Monselice).
[31] Sermo XV; Oeuvres, Parisiis 1708, in-folio.
[32] Rivista delle Biblioteche e degli Archivi, anno XI, pag.156. Fine “Della Pergamena” di Icilio Guareschi.






Pergamena (arte di fabbricare la)

La Pergamena è una pelle di capretto, di montone o di pecora e talvolta ancora di capra preparata in guisa, che si può adoperare in diversi usi, e particolarmente per iscrivervi sopra, o coprir libri e registri.
L’uso della pergamena è assai più antico che non quello della carta, e avanti l’invenzione della stampa tutti i libri si scrivevano a mano, o sopra la Pergamena o sopra la vitellina [1].

Dell’invenzione ed antichità della Pergamena

La parola Pergamena deriva dalla latina Pergamena, antica denominazione di quella manifattura che dicesi essere venuta dalla città di Pergamo, al cui Re Eumene ne viene comunemente attribuita l’invenzione; quantunque in verità appaja, che questo Principe abbia piuttosto migliorata e perfezionata, che inventata la Pergamena: imperocchè gli antichi Persiani, secondo Diodoro, scrivevano tutte le loro istorie sopra pelli, e gli antichi Gionj, come riferisce Erodoto, si servivano di pelli di montoni o di capre per scrivere, anche molti secoli avanti il tempo di Eumene: non si può dubitare che queste pelli non fossero frequenti per l’uso a cui si destinavano, in un modo simile a quello della nostra Pergamena, benché probabilmente con minore artificio.
(vedi Diodoro Siciliano lib.11 pag. 84, Erodoto lib. V
Prideaux istor de’Giudei part. I lib. VII). [2]


Del lavoro del Conciapelli sopra la pergamena; e in prima del mettere in calcina.

La pergamena ha il suo cominciamento nelle mani del Conciapelli, e il suo facimento in quello del Pergaminajo o facetore di Pergamena, e noi parleremo dell’uno e dell’altro in questo Articolo [3].
Come prima le pelli sono state levate di dosso a’ montoni o alle pecore, si mettono a molle nel fiume per un giorno all’incirca, poscia si lavano bene per farne uscire il sangue rappigliato e rinettarle dalla lana, e dopo si lasciano sgocciolare.
Bene sgocciolate che sieno si distendono le une sopra l’ altre, avvertendo che la lana sia di sotto; sicché la parte carnosa si trovi sempre di sopra. Dopo avere così disposte ed ordinate le pelli, pigliasi una spazza , ch’è una specie di bastone lungo all’incirca un piede, in capo del quale sono attaccati molti pezzetti di pelle in forma di scopa, che si bagnano nella calce viva stemperata nell’acqua e colla quale s’intonacano le pelli una dopo l’altra, facendo passare la spazza sopra tutte le loro parti, ma solamente dal lato della carne, e a misura che sono così imbrattate di calcina si piegano in due per lungo colla lana di fuori, e così piegate si ammucchiano le une sopra le altre; questa operazione si domanda mettere in calcina [4].
Quando le pelli non sono state seccate in lana, dopo che sono state tolte di dosso all’animale, basta lasciarle da otto in dieci giorni in calcina; ma conviene che vi stiano per lo meno quindici in caso che siano seccate in lana, perché la calce che non si mette ad altro fine che per disporre la lana a lasciare più facilmente la pelle, opererebbe allora ormai più lentamente.

Dello spelare le Pelli


Quando le pelli così ammontate ed intonacate di calce hanno passato il tempo ora indicato, gettansi nell’acqua corrente e si lavano infino a tanto che la calce ne sia del tutto separata e la lana sia ben netta: mettonsi in appresso a scolare distendendole sopra una spezie di cavalletto, e quando son seccate per metà si mettono sul cavalletto per dispogliarle della loro lana, lo che si fa passando sopra tutte le loro parti un bastone rotondo destinato a quest’uso che si domanda pelatojo.
Innanzi di pelare a questo modo le pelli tagliasi talvolta la punta della lana con forbici grandi, e si separa in diversi mucchj secondo la diversa sua qualità.
Subito che le pelli sono state pelate si lavano nel fiume affine di nettarle e si lasciano poscia sgocciolare per alcun tempo; poscia si mettono in un piano morto [5], cioè a dire in un piano che ha servito, e la cui calce che quasi perduto tutta la sua forza; si lasciano in questo piano morto circa a ventiquattro ore, donde poscia si cavano per metterle a colare su piano, e questo è quello che si domanda lasciar le pelli in ritirata.
Due giorni appresso che le pelli sono uscite dal piano morto si tuffano in un altro piano, la cui calce è meno indebolita, e vi si lasciano da due in tre giorni dopo i quali si cavano per metterle in ritirata a sgocciolare come innanzij ed allora è quando si rimescola e si agita il piano affinché la calce si stemperi bene e non si ammucchj nel fondo; se ne aggiunge anche allora di nuova, se abbisogna, si tuffano poscia di nuovo nel piano e si ripete questa operazione per sei settimane o due mesi solamente durante i calori della estate; ma in tempo d’inverno conviene farle passare successivamente di piano in piano almeno per tre mesi.

Del distendere e scarnare le Pelli

Quando le pelli sono state a sufficienza in calcina, e ben lavate, il Conciapelli le distende di mano in mano sopra l’erpice [6] a fine di farle passare per altre preparazioni.
Chiamasi erpice una spezie di quadro o telaio grande composto di quattro pezzi di legno, cioè due montanti e due traverse:
i due montanti hanno all’incirca cinque piedi di lunghezza, tre pollici di grossezza, e quattro di larghezza: le due traverse hanno da tre piedi in tre piedi e mezzo di lunghezza, e sono della medesima larghezza che i montanti, ma non hanno al più che due pollici di grossezza; questi pezzi di legno entrano in incastro l’uno nell’altro negli angoli, ed hanno in tutta la loro lunghezza de’ buchi, ne’ quali si passano degli stecchi o cavicchie di legno che si girano per istringere od allentare secondo il bisogno, ad un dipresso come negli stromenti da corda; questi bucchi sono distanti gli uni dagli altri quattro pollici all’incirca.
Per distendere le pelli sopra l’erpice bisogna farvi dei piccoli buchi tutto all’intorno, indi passare una piccola cavicchia di legno in due di questi buchi e continuare così in tutta la circonferenza della pelle avvertendo di fare passare sempre la medesima cavicchia ne’ due buchi, affinchè la pelle non faccia alcuna piega e si distenda più ugualmente; a queste piccole cavicchie si attacca uno spago, che si lega dipoi alle cavicchie dell’erpice, in guisa che allora quando si girano queste cavicchie, gli spaghi si tirano, e la pelle si distende da tutti i lati.
Essendo così come inquadrata e tesa sull’erpice come la pelle di un tamburo, l’artefice la scarna con uno strumento di acciaio taglientissimo che fa passare su tutte le sue parti dal lato dov’era la carne, affine di levar via quella che si ritrova sempre attaccata alla pelle quando se ne dispoglia l’animale [7]; dopo questo la sfrega con uno straccio bagnato fino a tanto che sia imbevuta di acqua , indi si sparge sopra della polvere di una certa creta biancastra simile al gesso [8] e con una pietra pomice piatta sul fondo finisce di levar via il resto della carne facendo passare questa pietra sopra tutte le parti della pelle, come se volesse macinare la creta che vi si ha sparsa sopra.
Quando s’è tolta via esattamente come la carne dalla pelle l’artefice passa di nuovo il ferro di cui sopra; indi la bagna una seconda volta collo straccio, ma senza spargervi sopra altra polvere e la sfrega in appresso col ceppo di pietra pomice affine di lisciare ed ammorbidire la pelle da questa parte e renderla uguale dapertutto; dopo questo ne fa uscir l’acqua passando il ferro di sopra, e premendolo fortemente senza però levarne via nulla, e questo si è quello, che chiamasi sgocciolare o scolare la pelle.
Siccome importa moltissimo che sia bene scolata, perché questa è l’operazione che la rende bianca, così l’artefice passa ancora il ferro di sotto, cioè a dire dalla parte dov’era la lana e col mezzo delle cavicchie dell’erpice, cui gira, rende la pelle più forte che non era, e passa ancora il ferro dalla parte della carne affine di scolarla affatto; quando il ferro, per quanto fortemente l’artefice vada con esso sopra la pelle, non ne fa più uscire acqua ed è per conseguenza bene scolata, si sparge sopra di nuovo della creta e con una pelle di agnello guernita della sua lana la sfrega facendo passare la polvere di creta sopra tutte le parti della pelle; questa operazione finisce di togliere dalla pelle tutte le ineguaglianze che aveva potuto lasciare il ferro e le dà quel fior bianco, che si vede su tutta la sua superficie.
Quando la pelle ha ricevute tutte le preparazioni che abbiamo ora deferritte, si lascia seccare tesa sopra l’erpice, e quando è bastevolmente asciutta si taglia tutto all’intorno con un coltello più dappresso che è possibile ai bucchi ne’quali erano passate le picciole cavicchie, affinchè non vi sia nessuna perdita, ed in questo stato chiamasi pergamena in scorza , o in crosta [9].
I Conciapelli la danno cosi preparata a’ Pergaminaj, e la mandano loro in pacchetti di trenta pelli per cadauno, che chiamansi mazzi di pergamena.

Del lavoro de Pergaminaj sulle Pergamene

Dopo che la pergamena è stata preparata dal Conciapelli nel modo qui da noi descritto, il Pergaminajo la finisce nella maniera che segue.
Attacca sopra un erpice simile a quello di cui si servono i Conciapelli una pelle di vitello nello stesso modo che questi attaccano le loro pelli di montone; questa pelle si domanda somiere [10] ed è fortemente tesa col mezzo delle cavicchie poste d’intorno all’erpice di tratto in tratto, come abbiamo qui spiegato: questa pelle di vitello si copre in appresso con una pelle di pergamena in scorza ben liscia e uguale, attaccata tutto all’intorno, e fortemente tesa come la prima. Questa seconda pelle chiamansi il contrasomiere, e servono l’una e l’altra di sostegno alla pelle che il Pergaminajo si dispone a preparare.
Apparecchiato a questo modo l’erpice, l’Artefice distende sopra una pelle, cui attacca in alto con pezzo di legno piatto da un capo rotondo dall’altro, e molto somigliante per la grossezza e per la forma alle pietre da macinare i colori: una intaccatura profonda di tre pollici e larga un dito, fatta nel mezzo dalla parte ch’è piatta e che l’attraversa in tutta la sua lunghezza, serve a ritenere la pelle, che si trova presa in questa intaccatura col somiere e contra somiere: il di dentro di questa intaccatura o cavo è guernito e rempiuto di un pezzo di pergamena, affinchè questo stromento trattenga la pelle di vantaggio ed il ferro, che vi si fa scorrer sopra a forza di braccia, non la possa fare sdrucciolare: questo stromento si chiama mordente, perché è a guisa di una mascella di legno ovvero ghianda, perché la sua figura si avvicina infatti di molto a quella di una ghianda.
Ben fermata la Pelle a questo modo ed appoggiata sopra il somiere e contrasomiere, l’Artefice la raschia a secco con un ferro simile a quello di cui si servono i Conciapelli, se non che questo è più sottile e più tagliente: questo ferro ha da circa 10 pollici di lunghezza sopra 7 di larghezza e somiglia molto ad una zappa senza manico, e i cui lati fossero al quanto rotondi; il filo del suo taglio è un po’ incavato, affinchè morda di vantaggio; per servirsi di questo ferro, s’incastra per la schiena in una tacca fatta in un pezzo di legno di dodici in quindici pollici torniato a foggia di rocchetto un po’ rigonfiato verso il mezzo, ch’è il sito dove si trova la tacca che afferrra e tien fermo lo stromento; questa tacca o scanalatura è guernita di dentro di un pezzetto di pergamena semplice o doppio, affinchè lo stromento sia più saldo e non vacillli: i due capi di questo pezzo di legno servono di manico o impugnatura; quello di sopra che l’artefice tiene colla mano sinistra è un poco più corto che non è l’altro, in guisa che questa mano la cui azione è di spingere il ferro dall’alto al basso, è tanto più sicura del suo colpo quanto è più vicina allo stromento; si fa passare questo ferro a forza di braccia dall’alto della pelle infino al basso e se ne leva in molte riprese la metà incirca della sua grossezza, tanto dalla parte della carne come dal dosso [11]. Raschiata così la pelle a secco sopra tutta la sua superficie, e più ugualmente che s’è potuto, si leva dall’erpice e si distende sopra una spezie di panca lunga tre piedi, e larga da quindici in diciotto pollici, coperta nel mezzo di una pelle di pergamena ripiena di sotto di borra, e che si domanda sella da pomiciare, perché infatti su di questa panca si fa passare la pietra pomice sopra i due lati della pelle, affine di toglierne tutte le piccole inuguaglianze che si potesse avere lasciate il ferro, e lisciarla: l’operazione di raschiare le pelli a secco sopra il somiere è la più difficile di tutte quelle che si fanno sopra la pergamena, ed è cosa ancora da stafire, che il Pergaminajo possa senza tagliare la pelle farvi scorrere sopra dall’alto al basso, premendo con tutta la sua forza un ferro tagliente quanto un rasojo, e il cui taglio ricurvo dovrebbe fare un’incisione nella pelle tosto che vi si mette sopra, lo che tuttavia avviene assai di rado, e se anche ciò talvolta accade non impedisce l’uso ordinario della Pergamena, turandosi questi buchi con molta facilità coll’incollarvi sopra un pezzo di pergamena.

Della maniera di tagliare la Pergamena per uso di scrivere

Quando le pelli sono perfettamente asciutte, raschiate e pomiciate, sono in grado di esser vendute a’ Legatori [12] e agli altri Artefici che le mettono in opera, e si vendono in mazzetti di trentasei pelli l’uno o a centinajo: ma per l’uso di scrivere si dispongono, per fogli, per mezzi fogli e per quadrati, ed allora è d’uso che sieno tagliate sotto la regola di diverse grandezze secondo il diverso genere a cui sono destinate. La regola di cui si serve l’Artefice è una forte tavola di legno di noce lunga tre piedi e mezzo, larga tre pollici e grossa tre linee: è fasciata d’ambi i lati di una striscia di ferro ad essa attaccata con punte a testa perduta, affinché la direzione del coltello non sia da questa arrestato. Mette un ginocchio sopra un capo della regola cui tiene per l’altro capo colla sua mano, e con coltello, la cui lamina ha cinque pollici di lunghezza ed uno e mezzo di larghezza, taglia la pergamena di quella grandezza che giudica a proposito: il taglio di questo coltello è dritto dalla sua uscita del manico fino all’estremità come nei coltelli ordinarj, ma il dosso della lamina è rotondo nella sua estremità e finisce in punta d’arco. Il suo manico è lungo all’incirca quattro pollici [13].
I Pergaminaj hanno ancora delle tavolette di legno di noce ben appianate, e squadrate, che chiamansi modelli, perché sono della grandezza e della misura, che si chiama a ciascun foglio; applicano il modello sopra la pelle distesa, e tagliano tutto all’intorno con un coltello ordinario ch’hanno l’attenzione di spesso arruotare, e questo si domanda tagliare alla tavola.
Si rinfresca ancora ciascun foglio, cioè a dire, si diminusce di mezza linea con una regola, e un coltello più fino.
Si uniscono insieme più quinterni [14], e si mettono per alcun tempo sotto allo strettojo o alla soppressa per farvi pigliare la piega e la forma che ne formano la pulitezza.
Lo strettojo de’Pergaminaj ha per l’ordinario due piedi di lunghezza: le due viti fermate nell’estremità dello strettojo hanno un pollice di diametro, ed il somiere è sforzato a discendere col mezzo di due chiocciole che si fanno muovere colla mano.
Sarebbe certamente cosa facilissima dare alla pergamena tutti gl’immaginabili colori; ma nell’uso presente dell ’ Arti non vi è se non il color verde, del quale si faccia un certo consumo; se ne tinge anche in giallo, ma questo è assai più raro, fuori che in Olanda.
I Pergaminaj tengono occulto con diligenza, anche intra di loro, il segreto del loro colore: si crede ciascuno in particolare di averne uno più bello e più saldo che non è quello degli altri, ma la differenza non è molto grande.

Della Vitellina

Il Pergaminajo fa ancora la Vitellina. La Vitellina è fatta, come abbiamo di sopra accennato, della pelle di Vitello; ed è più difficile da lavorare che non è la Pergamena, ma è altresì più bianca e meno soggetta ad ingiallire col tempo, più liscia, e più chiara.
I Pittori ne fanno un uso frequente. La banda della carne serve per i Pittori in miniatura, e il dosso per i Pittori a pastello, quando vogliono dipingere sulla Vitellina. Si adoperano per la Vitellina de’ Vitelli dell’età di otto giorni fino a sei settimane: quelli che oltrepassano questo tempo son troppo forti, e perciò possono essere preparati a questo modo.
La bella Vitellina non si lavora se non nei tempi dolci e nelle stagioni dolci, dalla metà di Aprile fino alla metà di Maggio, e dalla metà di Agosto fino alla metà di Settembre.
I Vitelli che hanno il pelo bianco fanno la più bella Vitellina.
Le pelli de’ Vitelli destinati a questo uso passano presso ai Conciapelli per le medesime operazioni che le pelli di montone per la pergamena, colla sola differenza però, che la Vitellina non passa per la calcina, come si fa per la Pergamena.
La Vitellina più bella e più ricercata è quella ch’è fatta della pelle di un feto, quando si ha ucciso alla Beccheria una Vacca, ch’era piena [15].

Della pergamena vergine

Si fa della Pergamena anche colla pelle di un agnello nato morto; ma questa è estremamente sottile e serve solo alle opere delicate come per fare de’ ventagli. Si domanda Pergamena vergine.
Credono alcuni che questa spezie di pergamena sia fatta della membrana che alcuni parti portano seco nascendo; ma questo è un errore inventato dalla superstizione.

Della Raschiatura, o Colla di Pergamena


La raschiatura della pergamena è quella superficie, che i Pergaminaj levano via dalle pelli di pergamena in scorza, quando òla raschiano col ferro sopra il somiere per diminuirne la grossezza affine di renderle atte a scrivervi sopra. I Pergaminaj la chiamano ancora Colla di Pergamena, perché serve a molti Artefici per fare una spezie di colla chiarissima che adoperano nelle loro opere. Quelli che ne fanno un uso più frequente sono i Pannieri, o lavoratori di drappi; i Cartolaj per incollare la loro carta; e i Pittori a tempera per far tenere il bianco, l’ocra, e gli altri colori con cui imprimono o imbrattano le muraglie e i soffitti.
La colla di raschiatura, che si fa per inamidare nelle fabbriche di Pannilani, le catene delle rascie o saje [16], deve bollire da circa a due ore, e di poi si fa passare per uno staccio: per una catena di dieci in dodici libbre [17] si ricerca una secchia di acqua, ed una libbra di raschiatura.
Per far la colla di pergamena bisogna far bollire la raschiatura nell’acqua chiara per più o meno di tempo, a misura che si vuole che sia più o men forte rispetto all’uso che vuol farsene, e in appresso passarla o colarla per una calza, pezza, ovvero per uno staccio.
Fine della Pergamena (Voce del Dizionario delle arti e di mestieri di Francesco Griselini).
(Copiato a mano dall’originale da Vincenzo Caniglia)

NOTE

[1] La pergamena o carta pecora, non è una pelle conciata, ma semplicemente pelle che, dopo aver subito le operazioni preliminari di concia, è resa imputrescibile tramite un processo d’essiccamento su telaio, sul quale la pelle è tenuta in tensione. Da molto tempo non rappresenta un prodotto di massa, ma nell’antichità essa rappresentava una lavorazione molto importante per la fabbricazione di supporti scrittori. Veniva ottenuta da animali di piccola taglia, particolarmente agnelli, ma anche montoni ed altri animali. Oggi viene impiegata principalmente per il restauro di libri e manoscritti antichi, per la fabbricazione di strumenti musicali a percussione quali i tamburi e per paralumi.

[2] La pergamena deriva il suo nome dal latino pergamena (charta), carta di Pergamo, perché si dice inventata nella città di Pergamo, capitale della Misia e patria di Ippocrate, nel II secolo a. C.. Il Re Attalo e i suoi due figli Eumene e Attalo volevano costruire a Pergamo una grande biblioteca. Tolomeo faraone d’Egitto rifiutò, per invidia, di fornire il papiro, poiché voleva conservare alla celebre biblioteca di Alessandria la fama unica al mondo allora conosciuto. Allora Attalo, dopo lungo pensare scoprì il mezzo di rendere imputrescibili le pelli di vitello, di montone e di capra in modo che vi si potesse scriverci sopra senza difficoltà alcuna.
Ma l’origine della scoperta della Pergamena è certamente più antica, dal momento che lo storico Erodoto ed altri scrittori ne scrivono come di un prodotto universalmente conosciuto. Essa è più costosa del papiro, in compenso però si conserva molto più a lungo. Nel Medioevo era chiamata con il termine Carta membrana montanina. Le qualità più pregiate della pergamena, fabbricate ad esempio con pelli di agnelli e di vitelli giovani, servivano per rilegare libri, come supporto per atti notarili e per altri manoscritti di pregio. Allo scopo di rendere le pelli idonee a ricevere gli inchiostri, venivano ricoperte, dopo pomiciatura, con appretti a base di colla di pesce. Le qualità più grossolane, fatte con pelli d’asino, di maiale, di vitelli grossi servivano per fabbricare tamburi, timpani, paralumi e crivelli. Poiché la pergamena era un materiale piuttosto costoso, non raramente veniva deciso di riutilizzarlo. Certi testi scritti, che sembravano scaduti di interesse, venivano cancellati con una spugna e il foglio era sottoposto una seconda volta alla pomiciatura. Le pelli raschiate di nuovo erano denominate palinsesti. Velino era invece denominata un tipo pregiato di pergamena sottile e con superficie finissima, ottenuta da pelli di vitellino, nato morto. Etimologicamente la parola velino, da cui carta velina, deriva dal latino vitulus (di vitello). Era chiamata pergamena vergine quella ottenuta da animali puri, cioè che non avevano mai partorito. Questo materiale veniva adoperato, soprattutto nel Medioevo, per la stesura di breviari, libri sacri ed anche per fare pentacoli, talismani ed altri oggetti magici. La pergamena era infatti, considerato un materiale molto più "vivo" e naturale della carta prodotta con sistemi più moderni.
Il pergamentino è, invece, una qualità di pergamena, generalmente tinta, ottenuta da croste di pelle ovina, adatta per legatoria e usi speciali. Pure il cosiddetto cuoio trasparente è una specie di pergamena, ottenuta da pelli di bufalo o altri bovini. Si ottiene asciugando la pelle calcinata, dopo avere eliminato il pelo e lo strato sottocutaneo, senza sottoporla ad alcun procedimento conciante. È accertato inoltre, che in passato era usanza riparare piccole finestre o picciole aperture, soprattutto quelle dei granai, anzicchè con i normali vetri, con piccole pelli lavorate come la pergamena. Il motivo di quest’uso era quello di proteggere e nello stesso tempo di avere una certa quantità di luce; come si faceva anticamente con l’alabastro.

[3] La lavorazione della pergamena non ha subito nel corso dei secoli sostanziali modifiche. Il processo è molto semplice e pertanto poco suscettibile di variazioni tecniche. Le pelli venivano sottoposte ad un calcinaio per asportare il pelo e l’epidermide, purgate, scarnate, stese su telai per l’essiccamento e quindi levigate con pietra pomice. Joseph Jêrome La Lande nel suo libro pubblicato a Parigi nel 1762 "Art de faire la parchemin" descrive così la fabbricazione della pergamena:

"Le parchemin est formé d’une peau de mouton passée à la chaux, écharnée, raturée et adoucie par la pierre ponce" (La pergamena è formata da una pelle di montone, passata alla calce, scarnata, erasa e addolcita con pietra pomice).

[4] Questa operazione oggi si chiama allattamento. Consiste nella preparazione di una pastina composta di calce spenta Ca(OH)2 e di solfuro di sodio (NaS) che viene spalmata sul lato carne della pelle dopo il rinverdimento (vedi link Le Conce). La soluzione, fortemente alcalina, penetra attraverso il derma (vedi link I nomi del cuoio) fino a raggiungere i bulbi piliferi. Il pelo dopo un certo tempo può essere facilmente rimosso dalla pelle medianto l’uso di un coltello curvo. Durante il Corso di Fabbricazione della Pergamena, tenuto presso l’ITIS “G. Baldracco”, il sottoscritto ha usato solo la calce spenta e funzionava lo stesso.
Questo sistema viene adoperato per la depilazione dei montoni e agnelli destinati alla fabbricazione di guanti.

[5] Si tratta di un bagno di calce spenta esausto e quindi meno aggressivo.

[6] Erpice è termine improprio, tipico del lavoro del contadino. Qui sta per telaio.

[7] Il residuo che rimane attaccato alla pelle dopo la scarnatura è detto carniccio, costituito in larga parte da sostanze grasse e muscolose.
Il carniccio viene eliminato con l’operazione di scarnatura, che oggi viene effettuata con una macchina denominata scarnatrice. In passato veniva venduto ai fabbricanti di colle e di saponi.

[8] Dovrebbe trattarsi di caolino, che a quel tempo era denominato terra di maiolica. È idrosilicato di alluminio, un minerale che serve particolarmente a fabbricare porcellane e maioliche.

[9] Crosta ai nostri giorni ha un altro significato. Oggi per crosta si intende la parte che rimane dall’operazione di spaccatura, ossia la divisione della pelle in una parte che contiene il fiore e in un’altra che contiene il lato carne. Rappresenta quindi lo strato mediano o inferiore del derma. Può essere di spessore grande o piccolo a seconda delle dimensioni dell’animale ed anche dell’uso che se ne vuole fare. Per esempio nella fabbricazione dello scamosciato all’olio, la crosta ha uno spessore grande a scapito del fiore (denominato skiver). La crosta conciata e tinta serve per svariati usi, sia come suoletta interna delle calzature, sia diversamente rifinita per tomaie a buon mercato o per arredamento. Ma la crosta rappresenta soprattutto la materia prima per la produzione di scamosciato, tinto in vari colori secondo la richiesta della moda.

[10] Anche il termine somiere è preso in prestito da altre attività. La voce somiere definisce il grande banco su cui poggiano le canne dell’organo.

[11] Si tratta del lato fiore della pelle.

[12] In seguito alla scoperta della stampa fioriscono in Italia numerose scuole e botteghe di legatoria. Famose sono le rilegature artistiche del periodo Rinascimentale lavorate con le tecniche del cesello e dello sbalzo.

[13] A titolo di curiosità e per completezza, si ricorda come avveniva la scrittura su pergamena. La penna, in particolare la piuma d’oca tagliata, a partire dal VI secolo sostituì gradualmente il gambo di canna tagliato.
Gli attrezzi che si usavano per scrivere, oltre naturalmente all’inchiostro a base di carbone o di tannini vegetali, erano i coltelli per tagliare le piume, quelli per tagliare la pergamena e quelli per raschiare gli eventuali difetti. Prima di inziare il suo lavoro, lo scrivano doveva regolare la pergamena, vale a dire doveva preparare la sua pagina, definendo i margini e le linee secondo la norma. E quando era necesario doveva delimitare uno o più spazio per l’eventuale miniatura.

[14] Con il termine quinterno si intende l’unione di cinque fogli.

[15] Piena è un termine popolare per dire gravida, pregna.

[16] Rascia = tessuto spigato di lana grossolana; saje = dal francese antico saje parola derivante dal latino sagum = pezza di lana.

[17] In Francia la libbra equivaleva a 16 once, cioè a 0,4895 [kg].