CONCIA  DELLE  PELLI (di Silvio Maffè)

La pelle tolta all’ animale (pelle grezza), lasciata a sé tende più o meno rapidamente a imputridire e quindi a biodegradarsi completamente. Per poterla utilizzare occorre quindi operare in modo da preservarla il più possibile dalla sua naturale degradazione.
I metodi più semplici usati per la conservazione temporanea consistono in una disidratazione più o meno spinta: i batteri della putrefazione si sviluppano con difficoltà se il contenuto in acqua è inferiore ad un  certo valore (20-40%). Di solito si ricorre all’ essiccazione, soprattutto per le pelli di animali di piccole dimensioni, quali agnelli, capretti, animali da pelliccia, ecc., e la salatura, effettuata mediante immersione delle pelli in salamoia o mediante cospargimento di abbondante sale marino, usata per le pelli di animali più grandi, quali bovini ed equini.
Altri metodi, usati più raramente, possono essere la salatura seguita da essiccazione (pelli salate-secche), la patinatura (trattamento con fanghi ricchi di sali disidratanti), l’ arsenicatura (trattamento con sali di arsenico). Un tipo particolare di trattamento conservativo è dato dal piclaggio, di cui si parlerà più avanti. Non è finora stato applicato, se non in piccola misura per motivi sperimentali, il metodo della surgelazione: risulta troppo costoso trattare in questo modo una merce che in fin dei conti è un prodotto di scarto di macelleria.
Le pelli così trattate non possono però essere utilizzate in pratica e inoltre il periodo di conservazione è in ogni caso limitato (in genere qualche mese).
Per una conservazione più duratura e per poter avere pelli che possano venire utilmente lavorate è perciò necessario ricorrere alla cosiddetta concia, che consiste in un insieme di operazioni chimiche e meccaniche in grado di rendere la pelle inattaccabile dai batteri della putrefazione e, a seconda dei vari trattamenti effettuati, con caratteristiche fisico-meccaniche adatte alle più svariate lavorazioni.
I più comuni trattamenti di concia si possono così schematizzare:


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Altri tipi di concia, o sono stati ormai da tempo abbandonati, come ad esempio la pseudoconcia alla crusca, o sono frutto di ricerche ed esperimenti , non entrati nell’ uso industriale, come la concia alla silice, al rame, al cloro e simili.      
Perché la pelle risulti conciata e quindi dotata di buona resistenza alla putrefazione, occorre innanzi tutto liberare il più possibile le fibre che costituiscono l'’intreccio proteico (fibre collageniche) da tutto quanto non è derma in senso stretto, vale a dire epidermide con peli (ed eventualmente piume o squame,  qualora si lavorino pelli di uccelli, rettili o pesci), carniccio, grasso e, talvolta, aqnche una parte delle fibre elastiche. Sono perciò necessari alcuni trattamenti preliminari, come si può vedere nello schema seguente:


Operazioni preliminari


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Poiché le pelli che arrivano in lavorazione, provenienti dal magazzino del grezzo, sono conservate in genere allo stato secco o allo stato salato (tranne che in certe concerie situate in prossimità dei grandi
mattatoi di Chicago, in U.S.A., non si ha lavorazione industriale di pelli fresche, appena tolte agli animali macellati) e perciò disidratate, occorre riportarle alle condizioni di idratazione posseduto al momento della scuoiatura.
L’ operazione relativa è il rinverdimento in acqua, che oltre alla riidratazione della pelle serve anche ad asportare le impurità di sangue, sterco, ecc. e ad eliminare le proteine solubili (globuline e albumine).
A seconda che si tratti di pelli salate o secche, si opera con tecniche diverse. Se le pelli sono salate fresche non sono richiesti trattamenti particolari: si lasciano le pelli, scosse dal sale, in un bagno d’ acqua, possibilmente non dura, alla temperatura di  15°-18 °C, per alcune ore (12-24 ore), si cambia il bagno e si lasciano per una notte. Al termine dell’ operazione è bene procedere ad un breve lavaggio in acqua corrente, prima dell’ operazione successiva.
Nel caso di pelli salate fresche non è necessario usare agevolanti, perché il sale di cui sono impregnate agevola di per sé il processo di idratazione.
Se invece si tratta di pelli secche o salate secche è necessario ricorrere ad agevolanti, per abbreviare la durata dell’ operazione ed evitare la prolungata permanenza delle pelli in acqua, che porterebbe a sviluppo di batteri ad azione proteolitica e conseguente perdita di sostanza dermica.
Fra gli agevolanti vi sono i bagni vecchi di rinverdimento (metodo usato in passato), certi elettroliti, quali idrossido e carbonato di sodio,acido cloridrico, acido formico, polisolfuri, tensioattivi imbibenti. E’ un agevolante anche il cloruro di sodio e per questo il rinverdimento delle pelli salate secche è più facile di quello delle pelli secche. Più di recente sono entrati nell’ uso  prodotti enzimatici, ricavati da funghi o batteri, o miscele dei due, che esplicano la loro attività sulle albumine e le globuline coagulate tra le fibre e sul sangue disseccato, sciogliendoli e quindi allargando l’ intreccio fibroso. Di solito si usano insieme ad antifermentativi.
Oltre all’ impiego di agevolanti, si ricorre anche all’ azione meccanica della bottalatura a secco, o con dosi minime di acqua, che serve ad aprire meccanicamente le fibre.
Con l’ impiego combinato di agevolanti enzimatici, elettroliti e imbibenti si riescono a rinverdire bene le pelli secche in sole 24 ore.
Anche in questo caso si effettua un lavaggio finale in acqua corrente, prima di proseguire con la lavorazione. A rinverdimento avvenuto, le pelli vengono messe a cavalletto per almeno 5-6 ore, per scolare l’ eccesso di acqua e poi vengono pesate (peso rinverdito) per poter calcolare le quantità di prodotti necessari all’ operazione di calcinaio  (o di messa in calce).
Questo è un trattamento mediante il quale si eliminano dalla pelle tutte le sostanze che non sono conciabili e che perciò non si trasformerebbero in cuoio, vale a dire l’ epidermide (con tuttre le sue produzioni) e lo strato adiposo sottocutaneo. Oltre alla depilazione si ha la saponificazione parziale dei grassi,  il gonfiamento più o meno pronunciato del derma e una parziale idrolisi del collagene, per cui la pelle acquista la proprietà di reagire più facilmente, e quindi più rapidamente, con le sostanze concianti.
É un’ operazione fondamentale nella lavorazione delle pelli ed eventuali errori nella sua conduzione sono difficilmente rimediabili in seguito.
La depilazione può essere ottenuta contemporaneamente all’ azione di calcinazione, immergendo le pelli in un bagno contenente idrossido di calcio e solfuro di sodio (in genere 150-300% di acqua, 10-20 g/l di calce idrata e 6-10 g/l di solfuro di sodio). In queste condizioini la pelle si viene a trovare in un ambiente fortemente alcalino che, oltre a sciogliere il pelo, fa gonfiare notevolmente la pelle e, in presenza di acidi provenienti dall’ idrolisi parziale dei grassi, si formano sali di sodio e di calcio degli acidi grassi liberati (saponi). Le pelli calcinate si presentano perciò viscide e gonfie e sono molto sensibili alle azioni meccaniche e chimiche e agli sbalzi di temperatura. 

Sostituendo il solfuro di sodio con il solfidrato si ha una diminuzione del gonfiamento e una maggiore separazione delle fibre.
Un allentamento della struttura fibrosa si produce per tutta la durata del trattamento alcalino (16-24 ore) e dipende, come il gonfiamento, dall’ alcalinità e aumenta con l’ innalzamento della temperatura: occorre però tener presente che fino a circa 35 °C si scioglie di preferenza il pelo anziché la pelle, oltre tale valore si scioglie di preferenza la pelle.
Se si lavorano pelli pregiate per articoli che richiedano determinate caratteristiche di finezza di fiore, pienezza, gommosità, oppure se si vuole ricuperare il pelo, sia per motivi economici, sia per diminuire il grado di inquinamento dell’ acqua di scarico, si effettua la depilazione mediante il cosiddetto  allattamento, o trattamento con  pasta depilatoria.
Le pelli, anziché essere immerse in un bagno alcalino, vengono cosparse dal lato carne con una soluzione concentrata di calce e solfuro (o solfidrato) di sodio addensata con caolino (pastina), impilate carne contro carne, coperte e lasciate ferme dalle 4 alle 12 ore, a seconda della composizione della pasta depilatoria e dello spessore delle pelli. Allorchè il pelo si stacca anche nelle zone più spesse e compatte, si effettua la depilazione, che può essere fatta a mano, mediante ferro storto su cavalletto, o con l’ apposita macchina per depilare.  In ogni caso, al trattamento con pasta depilatoria segue sempre una calcinazione in bagno.
Quando il pelo non deve essere ricuperato (specie per i vitelli) è bene immergere, senza depilare, le pelli in calcinaio, per avere un’ azione più blanda del calcinaio sul fiore, che viene così protetto dai peli che ancora lo ricoprono. Per le pelli che saranno conciate al vegetale è auspicabile un’ azione a fondo di questo trattamento, per favorire la più veloce diffusione dei liquori tannici, mentre per quelle che subiranno la concia minerale, un’ azione di calcinazione troppo energica e prolungata potrebbe dare luogo a pelli flosce, a grana grossa e a fiore soffiato.
Se invece si deve ricuperare il pelo (lana), anziché usare la pasta depilatoria si preferisce eseguire la  depilazione enzimatica. Nata originariamente per depilare capretti per chevreaux e montoni con lana pregiata, questa tecnica venne in seguito estesa anche ad altri tipi di pelli. Il prodotto enzimatico, costituito da enzimi proteolitici che agiscono sullo strato basale dell’ epidermide e sulla precheratina del pelo, viene cosparso sul lato carne delle pelli rinverdite. Le pelli così trattate vengono poi poste in ambienti chiusi, ad una tempoeratura di 27-28 °C e ad un’ umidita relativa del 90%, dove maturano in 12-20 ore. Segue la depilazione a macchina e un trattamento in calcinaio di 3-4 ore.
In confronto con la depilazione con pasta, con il trattamento enzimatico si ottiene una resa in lana superiore dell’ 8%.
Un altro metodo di depilazione che si avvale dell’ azione di enzimi è il metodo mazamet (dal nome della città di Mazamet, nel dipartimento francese del Tarn) o metodo a riscaldo. Le pelli di montone rinverdite vengono appese in locali leggermente riscaldati (20-25 °C) finchè, dopo un certo tempo, si sviluppano batteri che agiscono da depilatori.
In ogni caso, però, con i trattamenti enzimatici rimangono sempre nella pelle residui di peli e anche se si osservano scrupolosamente tutti i parametri del processo, si ha sempre attacco batterico al fiore delle pelli, che di conseguenza ne risultano deprezzate.
Per ottenere determinate caratteristiche con il calcinaio, si possono aggiungere, alla sospensione di calce e solfuro, diverse sostanze ausiliarie. Ad esempio il cloruro di sodio diminuisce il potere gonfiante del bagno; il glucosio, in percentuali dello 0,5-3%, favorisce l’ apertura del derma e la pulizia del fiore; i tensioattivi non ionogeni esplicano azione sgrassante e accelerano l’ assorbimento capillare, ecc.
Talvolta si aggiungono al calcinaio ammine, ammoniaca, carbonato di sodio, che sono impiegati specialmente per croste di vitellone da conciare per scamosciato. In questo modo è possibile ridurre al minimo la quantità di solfuro o di solfidrato e quindi si migliorano in modo decisivo le acque di scarico e la pelle, che a questo punto della lavorazione prende il nome di  trippa  risulta più chiara, più pulita  e più distesa.

Dopo il calcinaio occorre procedere ad un lavaggio. Poiché nell’ acqua sono naturalmente disciolti acido carbonico e bicarbonati, questi, reagendo con la calce di cui le pelli sono impregnate, danno luogo alla formazione di carbonati di calcio insolubili, con conseguente formazione di macchie di calce e fiore ruvido. È perciò opportuno lavare con acqua previamente depurata dell’ acido carbonico disciolto, mediante un’ aggiunta di piccole  quantità di latte di calce.
In questo modo è possibile effettuare un lavaggio prolungato, ripetendo più volte l’ operazione, per passare poi alla scarnatura, che serve per asportare lo strato adiposo sottocutaneo, la cui adesione alla pelle è stata opportunamente allentata con il calcinaio.
Un tempo affettuata a mano sul cosiddetto cavalletto di riviera con un coltello a lama diritta e affilata, attualmente viene eseguita con l’ apposita macchina scarnatrice.
Dopo la scarnatura a macchina si esegue la rifilatura, che consiste nell’ asportare, con un normale coltello, le parti inutili, quali muselli, sbordi, ecc. ed eventualmente si procede alla purga da fiore, con la macchina a purgare, che serve ad eliminare completamente i bulbi dei peli, le ghiandole sebacee e tutti i residui di epidermide.
Se si lavorano pelli pesanti e si vuole avere una pelle di spessore ridotto, si procede alla spaccatura eseguita con la macchina a spaccare, provvista di una lama a nastro rotante, che opera su un piano orizzontale su cui viene appoggiata la pelle. In questo modo da una pelle spessa se ne ottengono due più sottili: la pelle risultante dalla parte inferiore di quella originale viene chiamata crosta  e può essere sottoposta ad una lavorazione diversa da quella della parte superiore. Ad esempio, mentre la parte superiore viene lavorata per ottenere articoli  a pieno fiore, quella inferiore (crosta) può essere lavorata per ottenere articoli  velour.
Attualmente vi è la tendenza a spaccare non dopo il calcinaio, ma dopo la concia: si ha così una maggiore resa in crosta e una pelle spaccata più uniforme.
Quando le pelli sono state scarnate ed eventualmente spaccate, si procede alla pesatura (peso trippa) per poter calcolare la percentuale dei prodotti necessari alle operazioni fino alla concia compresa.
A questo punto si procede alla decalcinazione, per eliminare le sostanze alcaline di cui la pelle è impregnata e il calcio che si trova tra le fibre, combinato con i gruppi acidi del colagene e precipitato sotto forma di saponi di calcio insolubili.
Si opera trattando con acidi, quali il cloridrico, il lattico, il citrico, il borico o sali che in acqua idrolizzano acidi, quali il cloruro di ammonio, il bisolfito di sodio, il bicarbonato di sodio. Vengono molto usati prodotti speciali per decalcinazione, costituiti da acidi organici tamponati, che agiscono rapidamente, lasciano fiore bello ed evitano ogni gonfiamento.
Durante l’ operazione si ha reazione dei decalcinanti con il solfuro o il solfidrato residuo presente nella pelle anche dopo i lavaggi, per cui si ha sviluppo di idrogeno solforato, che è molto tossico. Si elimina per mezzo di apposite cappe aspiranti applicate ai bottali di decalcinazione o mediante aggiunta, alle miscele decalcinanti, di ossidanti che ossidano il solfuro a solfato.
Insieme con la decalcinazione si effettua sempre anche la macerazione, allo scopo di eliminare dalla pelle iprodotti di degradazione delle cheratine e i residui di epidermide e di follicolo pilifero, di completare l’ azione di allentamento del tessuto fibroso della pelle e di rendere il fiore liscio, pulito ed elastico.
L’ operazione è molto importante e va accuratamente controllata e regolata nella durata, a seconda del tipo di pelle che si vuole ottenere (tomaia, chevreaux, nappa, per guanteria, ecc.). Fino agli inizi del ‘900 i maceranti usati normalmente erano costituiti da sterco di cane o di piccione. Nel 1908 Röhm brevettò un macerante a base di estratto pancratico (oropon) e da allora la macerazione cominciò ad essere meno antigienica. I maceranti usati attualmente sono prodotti a base di enzimi pancreatici miscelati a sali di ammonio e supportati da un prodotto inerte (farina di legno, bentonite, ecc.), o a base di enzimi di origine microbiologica (batteri, funghi).