Francesco Griselini

Francesco Griselini (1717-1787)

1. Introduzione
2. Il Cuojajo
3. La Pergamena
4. Il Camosciere
5. Il Pellajo
6. Il Pellicciaio
7. Il Calzolaio
8. Pelacane

1. Introduzione
Delle numerose pubblicazioni di Francesco Griselini verrà preso in esame l’opera: “Dizionario delle arti e de’mestieri”, scritto fra il 1768 e il 1778 da Griselini (fino al quinto tomo) e poi continuato da Marco Fassadoni e pubblicato dall’editore Modesto Fenzo di Venezia.

Noi tratteremo le “voci” riguardanti l’industria conciaria.

Esso rappresenta una vera Encyclopédie italiana; già nelle pagine del Giornale d’Italia (il primo numero esce il 7 luglio 1764) viene descritta come un’opera spettante alla scienza naturale, alle arti ed al commercio1, una Enciclopedia economica e tecnologica del mondo rurale, di cui Griselini fu entusiasta animatore; si riesce a tracciare una mappa completa ed esauriente dell’industria veneta del Settecento; di tutte le imprese sono annotate con precisione le tappe dell’evoluzione produttiva e soprattutto istituzionale.

Francesco Griselini nacque a Venezia il 2 agosto del 1717, figlio di un tessitore e tintore di sete, originario di Schio, in provincia di Vicenza. Dopo aver compiuto seri studi di scienze e letteratura, all’età di vent’anni comincia a lavorare come illustratore di libri presso l’Editore e libraio Bassaglia. Nel 1748 pubblica uno scritto dal titolo: ”Lettera al padre Angelo Calogerà intorno l’elettricità ed alcune esperienze della medesima”, nel quale descrive una macchina elettrica assemblata dal medico Gianfrancesco Pivati, allo scopo di “potere far vedere che l’ingegno italiano non torpe”. Sempre nello stesso anno e presso lo stesso editore Bassaglia pubblica la prima delle sue opere di divulgazione traducendo i 14 volumi delle Memorie appartenenti alla Storia Naturale della Reale Accademia delle Scienze di Parigi. Muore all’Ospizio Fatebenefratelli di Milano nel 1787 all’età di settant’anni.

Nel Dizionario delle arti e de’mestieri, il Griselini vuole richiamare l’attenzione della classe dirigente sulle arti e le manifatture degradate, su artigiani e commercianti.
Prendendo come modello i lavori delle Reali Accademie di Parigi e di Londra, che fin dalla loro istituzione si erano proposte di contribuire alla diffusione delle conoscenze relative alle arti meccaniche mediante la pubblicazione di opere ”ove le pratiche vengono rischiarate dalle più dotte teorie, ed ove tavole esattissime e precise pongono sotto gli occhi di tutti gli stromenti e le macchine istituite a compiere, ad agevolare, ad accelerare e a migliorare i lavori di ogni arte, di ogni manifattura”, il Griselini vuole pubblicare un’opera enciclopedica che metta finalmente a disposizione quanto di meglio la cultura agronomica, tecnica e scientifica fino a quel tempo aveva prodotto in Europa.
Inizialmente aveva pensato di tradurre in italiano il “Dizionario portatile delle arti e dei mestieri”, pubblicato a Parigi nel 1766; successivamente, dopo avere constatato che l’opera si presentava
superficiale e, in quanto priva di illustrazioni, non era adatta a porgere una chiara idea delle macchine descritte nonchè delle pratiche svariatissime e sovente complicate che occorrevano nell’esercizio delle arti, sceglie un’altra idea.
Pertanto prende come riferimento fondamentale l’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert che puntualmente traduce in italiano, sostituendola o correggendola, quando necessario, con l’apporto di studi particolari utilizzando memorie sparse negli atti delle Accademie più illustri d’Europa e nei giornali economici.
Delle numerosissime planches presenti nell’Encyclopédie, il Griselini toglie quelle che non sono le più necessarie all’intelligenza delle descrizioni e che gli impediscono di fare un’opera economica alla portata di tutti coloro che vogliono aggiornarsi.


NOTE
1. Per curiosità e per l’attualità, si riportano i titoli scritti da Griselini per il Giornale d’Italia:
- della coltura e degli usi che fanno varie nazioni d’Europa delle patate o pomi di terra e di quelli che far ne potrebbero con molto loro utile gli Italiani;
- sopra le piante parassite, che danneggiano gli alberi, le erbe dei prati, le canapaie e le liniere;
- manuale dell’affittuale di campagna;
- dialoghi georgici d’un contadino del territorio trevigiano scritti per essere intesi dai rozzi suoi confratelli;
- della coltura dei gelsi;
- istruzione ad uso degli abitanti di campagna, arricchita di molte figure;
- memoria sullo stabilimento, coltura e conservazione di boschi di querce;
- risposta ad una lettera di un Cavaliere Trivigiano, dilettante di agricoltura, per informarlo di parecchie erbe da foraggio, che con grande utilità si potrebbero seminare per accrescere la rendita e l’ubertà dei prati artificiali.
 




Francesco Griselini (1717-1787)
Scrittore illuminista

 





DIZIONARIO DELLE ARTI E DE’ MESTIERI
Compilato Da FRANCESCO GRISELINI


Tomo quinto
CER-DRA
(L’originale trovasi all’ Accademia delle Scienze di Torino)
in Venezia MDCCLXIX
Appresso Modesto Fenzo
Con Permissione de’Superiori, e Privilegio

 

CUOJAJO

Il Cuojajo è l’ Operajo che prepara i cuoj col mezzo della vallonia1, e di alcune altre droghe.

La pelle degli animali è stata la più universalmente impiegata ne’primi tempi per il vestito dell’uomo; ma scorsero parecchi secoli prima che s’abbia appreso l’arte di preparare i cuoj, e di renderli più durevoli col mezzo di convenienti preparazioni.

Tutt’ i Popoli stettero lungo tempo nella medesima ignoranza, in cui trovansi ancora al presente varie Nazioni, che non sanno né acconciare né scortecciare le pelli; onde per mancanza di preparazione siffatte pelli si rendevano dure e si restringevano, cosicché l’uso ne diveniva tanto incomodo, quanto spiacevole; convenne dunque cercare i mezzi di renderle di un migliore servigio.

I popoli che non hanno per anche quasi alcun uso delle arti vi rappresentano l’immagine dei gradi che l’ uomo potè seguire nella scoperta delle preparazioni convenienti alle pelli degli animali.

I Selvaggi dell’America Settentrionale, per preparare quelle di cui ne fann’uso, cominciano dal farle macerare nell’acqua per assai lungo tempo; in seguito le raschiano e le rendono pieghevoli a forza di maneggiarle; per immorbidirle le fregano col cervello di capriolo, e per dar corpo alle medesime, e far sì che non si ritirino trovandosi esposte alla pioggia, le stagionano, esponendole durante un certo tempo al fumo.

Gli abitanti dell’Islanda in luogo di grasso o di cervello di capriolo si servono dei fegati de’ pesci assai oleosi.

I Groelandesi che sono i popoli più rozzi e più selvaggj danno le prime preparazioni alle pelli coll’ urina; indi col grasso, e finalmente le rendono pieghevoli battendole fortemente colle pietre.

Il meglio inteso fra tutti siffatti preparamenti, è, senza contraddizione, quello di cui fann’uso i selvaggj dell’America Settentrionale; mentre i cuoj preparati col loro metodo non solamente s’impiegano a fare scarpe, ma altresì stivaletti, ed anche braghe. La vallonia, ch’è la materia principale di cui si servono i nostri Cuojaj, e che ha dato il suo nome all’arte della Scorzeria o come dicesi in altri luoghi d’Italia all’arte de’ Pellacani, è la corteccia della giovane Quercia, ridotta in polvere col mezzo del mulino da Vallonia. Questo mulino non differisce punto, riguardo alla costruzione dal Mulino da follo, la scorza di quercia vi viene polverizzata in piccoli albj o mortaj, col mezzo di piloni, o di magli di legno, armati di ferro, che vengono messi in moto dall’acqua o da un cavallo. La vallonia è stitica ed astringente, e proprissima in conseguenza ad accrescere la forza delle fibre del cuojo, riunendole, increspandole e restringendole. Ma innanzi di applicarla su le pelli, ricevon elleno delle altre preparazioni, le quali andremo descrivendo immediatamente

E’ cosa rara , che si possano lavorare le pelli subito dopo che sono state spogliate. Per preservarle dalla corruzione conviene salarle. E’ un ottimo regolamento quello che si costuma in Francia; il quale prescrive a Cuojaj di mischiare otto libbre di allume macinato per ogni mina di sale, ed anche una certa quantità di cenere, onde impedire, che il detto sale possa essere impiegato negli alimenti.

Aggiungasi ancora, che l’allume non è inutile nella preparazione de’ Cuoj; ma che anzi è attivissimo a renderli consistenti mercè la sua grande stiticità. Dopo che le pelli sono state salate si piegano, e si mettono in pile in numero di tre o quattro pel corso di tre o quattro giorni, e quindi fannosi seccare per impiegarle per il bisogno.

La prima preparazione che si dà alle pelli consiste a gittarle in un’acqua corrente dopo di aver levato alle medesime le corna, le orecchie e la coda.

Più le pelli sono secche, più deggian elleno restar lungo tempo nell’acqua; ma si ritirano una volta ogni giorno per istirarle sul cavalletto, finchè sieno ben rammollite. Riguardo alle pelli fresche basta di ben lavarle, per ripullirle dal sangue e dalle altre impurità che possono essere aderenti alle medesime. Si lasciano a molle le une e le altre, sinchè sieno imbevute d’acqua. La seconda operazione, che il Cuojaio fa su i cuoj è di metterli nei piani, cominciando primieramente da un piano morto, per disporli ad essere pelati, o scortecciati.

Un piano è in generale una spezie di gran tina profonda, di legno o di pietra, immessa in terra, e riempita d’acqua, in cui si abbia fatto estinguere della calce viva.

Chiamasi piano nuovo quello che non ha ancora servito, piano debole, quello che conserva ancora una certa forza; e piano morto quello che ripieno di una vecchia acqua di calce, che abbia esalato tutto il suo fuoco.

In un piano di quest’ultima spezie si cacciano le pelli in primo luogo, e
dopo ch’ elleno vi sono rimaste pel tratto di otto giorni, si tirano fuori per lasciarle in pile, le une sopra le altre, durante otto giorni, sugli orli del piano il che dicesi mettere in ritiro.

In capo ad un tal tempo si ripongono nel medesimo piano, e così alternativamente d’otto giorni per lo spazio di due mesi.

Allorchè strappando alcuni peli colla mano, s’intenda stridere la pelle,
senza provare una resistenza troppo grande, ell’è codesta una prova, che i Cuoj si trovano in istato di essere spelati. Tale spelamento si fa sul cavalletto, o col coltello rotondo, che non taglia né di costa né di punta, o più meglio con una pietra da aguzzare, i di cui angoli spiantano benissimo il pelo, senz’arrischiare di recar pregiudizio alla pelle.

Dopo che le pelli sono state pelate rinettate, portano il nome di cuoj in trippa. I cuoj in trippa si gettano in un piano debole, e vi restano duranti quattro mesi, mettendoli in ritiro d’otto in otto giorni. In capo ad un tal tempo si mettono in un piano nuovo, durante lo stesso spazio di tempo; ma sempre ponendoli in ritiro ogni otto giorni; ed osservasi la medesima cosa per il quarto piano che loro dessi, talmente che per tutto il corso del lavoro dei piani, i cuoj stanno tanto tempo in ritiro, quanto ne dimorano nei medesimi.

Il quarto piano ed ultimo testé indicato è pur anche un piano nuovo; ma i cuoj rimangono in esso solamente due mesi, locché forma in conseguenza un anno in tutto per il lavoro dei piani. Per fare un piano nuovo inserviente a ottanta cuoj di bue o di vacca, s’impiegano circa 17 piedi cubi di calce viva.

I Cuoj, che sono rimasti pel corso d’un anno nei piani, hanno acquistata tutta la mollezza, che loro è necessaria; ma innanzi di metterli nella vallonia bisogna ancora lavorarli al fiume, il che consiste a scarnarli, ed a raschiarli fortemente sul cavalletto, tanto dalla banda della carne, come dal lato del fiore o del pelo per quattro o cinque volte diverse, rinettando i Cuoj stessi ogni volta in un’acqua corrente. Scarnare i cuoj egli è lo stesso che levare la carne, e tutte le altre parti straniere col mezzo di un coltello tagliente da due impugnature, simili alle piale di cui si servono i Carraj. Raschiare egli è lo stesso che levare e spremere tutta la calce, che possa essere restata nel cuojo per la qual operazione si fa uso del coltello rotondo. La gran quantità di calce, che s’impiega nei piani, ed il lungo tempo che soggiornano nei medesimi, hanno fatto pensare a M. de La Lande, il quale ha pubblicato un eccellente descrizione di quest’arte, che il detto metodo, avvengachè il più usitato, non è però il migliore, mentre egli abbrucia ed altera il cuojo. L’oggetto che proponesi nell’operazione della calce, è di aprire e dilatare le fibre del cuojo, per prepararlo a ricevere la vallonia; ma si può ottenere il medesimo effetto per via di altri metodi, che non hanno gli stessi inconvenienti, e che sono più solleciti eziandio.

Noi recheremo qui un’idea di siffatte differenti preparazioni.
I cuoj ad orzo sono quelli, per il lavoro de’ quali si fa inacidire della pasta di farina d’orzo, che si stempera poscia in una sufficiente quantità d’acqua, e in cui si fanno fermentare i cuoj;

In siffatto metodo si nomina passata ciò che dicesi piano in que’ della calce, ed hannovi tre passate, la morta, la debole, e la nuova. Dopo che le pelli sono state sufficientemente ammollite, si tuffano in una passata morta, finchè da essa si stacchi il loro pelo e che si possano spelarle sul cavalletto: s’immergon poscia nell’acqua chiara pel tratto di dodici o ventiquattr’ore, secondo il bisogno ch’esse abbino, e finalmente si mettono in una passata debole, ove si dimenano una volta al giorno, finchè paja, ch’esse abbiano preso corpo. Si lavorano al fiume, e finalmente loro dessi una passata nuova, composta di 120 o 130 libbre per otto cuoj, il lievito si fa il giorno innanzi con 30 libbre di quella stessa farina, ed una caldaja d’acqua calda.

Basta un mese per condurre con siffatto metodo i cuoj al grado di convenevole preparazione; ma in inverno si mettono in ogni passata cinque o sei secchie d’acqua calda, onde accelerare la fermentazione.

Dopo le tre dette passate, che diconsi passate bianche, di dà la passata rossa, la quale è composta d’acqua chiara con due o tre pugni di vallonia fra ogni cuojo; in capo a tre o quattro giorni si dà agli stessi la medesima quantità di vallonia nella medesima passata, e tre altri giorni dopo si trovan eglino in istato di essere distesi nella fossa, senza rischio di raccorciarsi.

In tutte queste passate, nonché nelle altre, di cui parleremo più oltre, si ha sempre l’attenzione di ritirare le pelli di tempo in tempo per riporle all’aria, siccome abbiam detto, parlando dei piani.

Si chiamano cuoj di Vallachia o ad uso di Vallachia, que’ che sono stati preparati in una passata d’orzo ben caldo, durante lo spazio di circa trent’ore, e che dipoi abbiano ricevuto, innanzi di esser messi in fossa, una passata rossa, fatta colla scorza di quercia sminuzzata in pezzuoli grossi come un dito.

Tal metodo è ancora più sbrigativo del precedente, ma richiede grandi attenzioni, onde impedire, che il cuojo non rimanga abbruciato dalla fermentazione, ajutata da un violento calore.

Si possono fare altresì delle passate calde o fredde con lavatura di birra, o con acqua di semola macinata, la quale produce lo stesso effetto delle passate d’orzo, ed anche più facilmente mentre non ci vogliono più d’otto libbre di semola per ogni cuojo, in luogo di venti libbre d’orzo, che s’impiegano per li cuoj alla maniera di Vallachia.

Del rimanente si avverte, che le passate fredde sono sempre molto più lunghe, stann’elleno non di rado due mesi per operare l’effetto, il quale dalla passata calda viene prodotto in tre giorni, aiutato da un calor tale, che il braccio possa resistere in esso senza pena.

I cuoj ad uso di Transilvanea non differiscono da que’ di Vallachia se non in ciò, che in luogo d’orzo s’impiegano 18 libbre di segala per ogni cuojo nella passata: gli effetti ne sono i medesimi; ma alcuni pretendono, che le passate in segala diano al cuojo un po’ più di sodezza e di fermezza di quella che ad esso reca le passate ad orzo.

Nel Dizionario portatile delle Arti e de’Mestieri stampato per la prima volta a Parigi, v’ha scritto, che i cuoj di Liege o di Namur sono quelli, le cui passate non sono composte che d’acque sicure o che si fanno col sugo di Vallonia o colla Vallonia vecchia, nella quale abbiano soggiornato i cuoj durante l’operazione della Vallonia medesima. Siffatti cuoj vengono pure anche nominati dai Francesi Cuirs a la jusée; denominazione, la quale, siccome osserva M. de La Lande, loro verisilmente è derivato dal sugo di Vallonia, in cui si preparano innanzi di metterli in fossa. Aggiungesi nello stesso Dizionario, che nella Scorzeria di S. Germano in Laie, si fanno passare primieramente in passate deboli, ma graduate, vale a dire dalle meno alle più robuste, che si chiamano passate correnti.

I Cuoj ordinariamente pel tratto di ventiquattr’ore in caduna di queste passate, e ne percorrono così dieci o un maggior numero, se la stagione, o la qualità dei cuoj lo richiede. Dopo di ciò loro dannosi successivamente due passate d’un sugo di vallonia più robusto e più acido, e di cui eziandio si accresce l’attività, mettendo in esso una certa quantità di scorza grossa, cioè di vallonia grossamente sminuzzata. Queste ultime passate si chiamano passate di riposo, attesoché in caduna delle medesime riposano pel corso di dieci giorni.

Di tutte tali differenti preparazioni, quelle de’cuoj a sugo essendo più speditiva, e non avendo l’inconveniente di distruggere dei grani utili, come l’orzo e la segala, oltre ch’è la men costosa, e che può con una materia analoga all’invalonatura, sembra in conseguenza la più vantaggiosa: nonostante, siccome abbiamo detto, non è ancora la più usitata. Checchè siane, i cuoj dopo di aver ricevuto, mediante l’una o l’altra delle indicate preparazioni, il gonfiamento necessario, e dopo di essere stati pelati, scarnati, lavorati al fiume, e ripassati, deggion essere distesi in fossa colla vallonia, la quale è destinata a renderli consistenti, a terminare di disgregarli, e a dare ai medesimi la necessaria incorruttibilità.

Le fosse sono certe cavità praticate in terra, e rivestite di legno o di mattoni, cementati in forma quadrata o rotonda; ma quest’ultima è oggidì la più in uso, e la maggior parte delle fosse in siffatto modo va costruita.

Innanzi di distendere i cuoj nelle fosse si comincia dell’impolverarli con vallonia, e si mettono in pila per tre o quattro ore acciò comincino a prendere il fuoco di cotesta corteccia; indi si mette nel fondo della fossa un buon piede di vallonia vecchia, vale a dire della scorza, che già servì nella fossa stessa.

Sopra siffatta vallonia vecchia si distende la grossezza di un pollice di scorza nuova ben macinata, ed alcun poco umettata; sopra questa polvere si distende un cuojo, e sopra di questo un altro strato di vallonia, e così di seguito.

Le estremità dei cuoj, che formino delle borse o delle piegature, debbon essere tagliate, acciocchè possano distendersi bene, si mette della scorza fra tutte le parti d’ogni cuojo, e quando convenga raddoppiarne alcuni siti, si pone ancora della scorza nella duplicatura: se ne sparge un po’ su le parti più grosse, come su le ganasce, e su la fronte; mentre i siti più sottili, quai sono le gambe, e la culata, non n’esigono che la grossezza d’un dito.

Quando tutt’i cuoj siano adattati in tal modo nella fossa, si mette, al di sopra della scorza nuova che copre l’ultimo cuojo, uno o due piedi di Vallonia vechia.

Codesta la si folla coi piedi, e tal operazione dicesi far un cappello.

Al di sopra di siffatto cappello si pongono delle tavole, e si caricano di pietre per meglio applicare la scorza su i cuoj.

La fossa essendo in tale stato, la s’imbeve d’acqua chiara, e si ha l’attenzione dipoi di esaminarla di tempo in tempo, onde vedere se per avventura fosse asciutta, e se abbia bisogno di essere abbeverata nuovamente. Il cuojo resta tre mesi in cotesta prima polvere, e in cotesta prima scorza, la quale dev’essere fine, affinchè non rigonfi il cuojo medesimo, né gli dia delle piegature false.

La seconda scorza si dà come la prima, ma meno fina; essa dura quattro mesi e in capo a tal tempo il cuojo è acconciato fin al cuore, vale a dire fino nell’interiore. Per la terza scorza s’impiega della vallonia più grossolana, che per la seconda, ed in essa si lascia il cuojo lo spazio di cinque mesi; sicchè tutta siffatta operazione dell’acconciatura si termina nel corso d’un anno.

Tal è almeno il metodo de’ Cuojaj Francesi; ma molti pretendono, che i cuoj d’Inghilterra restino nella scorza assai più lungo tempo e che a tal lunga acconciatura è dovuta la qualità superiore di cotesti cuoj.

M. de La Lande si è assicurato in tempo del suo soggiorno a Londra, che l’operazione dell’acconciatura de’ cuoj non è d’ordinario più lunga che in Francia, ed è inclinato a credere, che l’eccellente qualità de’ cuoj d’Inghilterra derivi dall’essere impiegata nella loro preparazione della scorza assai fina, e dall’attenzione che hassi di tener sempre le fosse piene d’acqua.

Questo liquido, egli dice, che tiene di continuo in dissoluzione le parti più penetranti e più stitiche della vallonia, e che abbevera continuamente i cuoj, dee penetrarli più facilmente e più intimamente della polvere, o del lezzo di scorza, che sta solamente disteso al di sopra, come praticasi in Francia.

I cuoj che diconsi alla Danese, si acconciano in due o tre mesi.

Dopo di aver loro date le prime preparazioni da noi indicate, si cuciscono tutt’all’intorno, riservandone solamente un lato, per il quale si riempiono di Vallonia e d’acqua, e che si cuce dipoi come i tre altri lati. Dopo averli battuti fortemente per costringere la scorza a distribuirsi ugualmente per ogni dove, si mettono in fosse ripiene di buon’acqua di Vallonia, ove si caricano di tavole e di pietre, ed ove si ha l’attenzione di rivoltarli due o tre volte per settimana, battendoli ogni volta.

Questo metodo somministra un cuojo più sottile, e d’un colore più chiaro di quello acconciato alla maniera ordinaria.

Quando i cuoj siano stati ben acconciati, mediante alcuno dei metodi da noi esposti, si distendono sopra pertiche entro un granaio corredato di più finestre, ma al coperto del Sole e del gran vento, e quando cominciano a divenire più rigidi, si dirizzano, distendendole sopra un terreno netto, ove dopo di averli fregati con vallonia asciutta, si battono con la pianta del piede, onde spianare le inuguaglianze, e dipoi si mettono in pila per il corso d’un giorno.

All’indomani si distendono sopra le pertiche, e quando si trovino quasi asciutte, si mettono in soppressa pel corso di ventiquattr’ore sotto tavole caricate di pietra.

Se per avventura si trovi, che siano un po’ molli, oppure increspati o corrugate, si battono con una mazzocca sopra un zocco di legno ben unito.

Dopo tutti siffatti preparamenti si mettono i cuoj in un luogo fresco, ove si ha la diligenza di cangiarli di situazione da un tempo all’altro pel corso di tre settimane; e finalmente, avvegnachè il cuojo sia ben asciutto, egli non può che guadagnare, essendo serbato un certo tempo.

Ci vuole, dice M. de La Lande, almeno un mese di riposo, affinchè tutte le parti attive della vallonia abbiano terminato di penetrare e di agire, ed acciocchè non abbiavi alcun movimento interno, che tender possa alla dissoluzione e ad impedire la durezza ed il buon uso del cuojo.

Il cuojo ben preparato e ben acconciato, dee avere il nervo serrato, il taglio lucido, e di un colore simile a quello di una noce moscata, e finalmente conviene, che il taglio medesimo sia marmorato al di dentro. Ma per quanto sia buono l’apparecchio che un cuojo avrà ricevuto, egli sarà ancora d’un assai miglior uso, se innanzi di impiegarlo, abbiasi l’attenzione di batterlo fortemente con martelli di ferro o di rame.

Si è osservato esservi una differenza prodigiosa fra la durezza e la bontà delle suole d’un medesimo cuojo battuto, e quelle che il Calzolajo non avrà avuto la pazienza di battere.

Nelle scorzerie si chiamano cuoj in opera, i cuoj de’ piccoli buoi, ed i cuoj sottili di vacche, che non possono lavorarsi in forte, e che si lavorano in cuojo debole.

Eglino li mettono nei piani pel corso della unità del tempo che vi soggiorna il cuojo forte, e dopo di essere stati ben lavorati al fiume, si pongono in un’acqua calda di vallonia, nella quale parecchi uomini dimovendo li vanno continuamente con palle per lo spazio d’un’ora, andando prima da diritta a sinistra, e poi da sinistra a diritta.

Tal lavoro si replica parecchie volte, rilevando le pelli ogni giorno,
e mentrechè esse gocciolano si rimette un po’ di vallonia nuova nella detta acqua calda per ridare alla stessa della forza.

Cotesta operazione viene seguita dal rifacimento, il quale consiste a mettere le pelli a rifarsi in una tina, nella quale c’entra il doppio di vallonia.

Dopo ch’esse vanno v’hanno soggiornato pel tratto d’un mese o di sei settimane secondo le stagioni, si distendono nella fossa, ma dannosi alla medesima solamente due polveri; la prima di tre mesi e la seconda di cinque o sei settimane.

I cuoi di cavalli si trattano come que’ delle vacche; le pelli di vitelli, di capre, e quelle di montone si lavorano parimenti a proporzione, ma vi s’impiega meno tempo e minor quantità di materie.

La vallonia vecchia che si ricava dalle fosse, s’impiega a fare dei cumoli da bruciare; impastandola in un modello di rame.

Un uomo coi piedi nudi comprime la vallonia in cotesto modello, e la batte per indurirla.

Questo modello ha due manichi, pei quali si prende, onde far cadere la vallonia, allorchè essa trovasi impastata venendo posta indi ad asciugare.

Ultimamente è stato scoperto che la segatura di Rovere, di cui tanto ne abbondano gli Arsenali, è atta al pari della vallonia ad acconciare i cuoj.

In certe Provincie della Francia spezialmente s’impiegano delle altre corteccie diverse da quelle di Quercia, nonché delle piante stitiche ed astringenti. M. de La Lande ha dato in tal proposito dei dittaglj curiosissimi nella descrizione da lui pubblicata di quell’Arte.

Sarebbe desiderabile, che i Botanici moltiplicassero maggiormente le sperienze su le materie vegetabili, ed è supponibile, che siffatte ricerche farebbero scoprire delle piante adatte a rimpiazzare forse anche con vantaggio la Scorza di quercione, che diviene rara in certi paesi.

Nel Dizionario portatile delle Arti da noi già citato, alla voce Tanneur, sta scritto, che alcuni Cuojaj significarono a M. Baumè, ch’era stato provato già con molto successo il Marone d’India, e che la difficoltà di macinarlo avealo fatto abbandonare; ma riuscirebbesi facilmente cominciando a polverizzarlo, mentre trovasi verde, e terminando l’operazione ridotto che fosse secco.

Esso M. Baumè pensa altresì, che potrebbesi provare con isperanza di riuscire, le acque minerali ferraginose e, farne anche di artifiziali in tant’abbondanza quanta si giudicasse a proposito, gittando in pozzi destinati a tal uso, una gran quantità di ferraglia, e la quantità necessaria di vitriolo di marte.

Il detto Chimico pensa eziandio, che potrebbesi esperimentare in piccolo con esito la dissoluzione del ferro in differenti proporzioni, per via dell’acido nitroso, o dell’acido marino.

Coteste dissoluzioni hanno un’estrema astrizione e infinitamente superiore a quella di tutte le materie vegetabili note.

Se riuscissero l’esperienze fatte in picciolo, si potrebbe trovare il mezzo di scemare notabilmente il prezzo di siffatte dissoluzioni.

La maggior parte dei cuoj, uscendo dalle mani del Cuojajo, passano in quelle del Pellajo, il quale dopo d’averli mollificati, follati e raschiati gl’imbeve di sevo per renderli più morbidi e più liscj. vedi PELLAJO

I cuoj in tal guisa preparati vengono messi in opera dai Calzolaj, dai Valigiaj, dai Sellaj e parecchj altri Artefici di mestieri diversi.

Note
[dal libro dello studioso e compianto amico Fernando Zampiva
“IL CONCIATORE Dalle conoscenze di Francesco Griselini alle moderne Tecnologie” Edizioni ERAV Marghera (VE)]

1. Detta anche valonèa, valonia, vallonèa: sorta di quercia (Quercus ægilops) sempre-verde alta fino a 15 [m], propria del Mediterraneo orientale ; vive nei Balcani, nelle isole dell’Egeo, in Asia minore e in Italia dove si trova spontanea solo nel Salento in Puglia. Le cupole delle ghiande (dette frutti di vallonèa) sono ricche in tannino. La vallonea era il materiale tipico dei conciapelli di tutto il Veneto durante il XVIII e XIX secolo. Ma il suo uso è antichissimo. Sia Teofrasto che Plinio il Vecchio ricordano la vallonea come un albero eccelso, amico dei luoghi incolti e dei monti aridi, sovente ricoperto di un lichene pensile. Il legno ha proprietà e usi simili al rovere. Importante per l’uso conciario, ieri molto più di oggi, è la cupola, nota pure con i nomi di galla del Levante, e egilopo. Trillo è detta la parte più pregiata della vallonea, costituita dalle sole scaglie della cupola. Una quercia di media età produce circa 500 kg/anno di ghianda vallonea. La cupola della ghianda vallonea ha un contenuto tannico molto elevato: fino al 24 % e fornisce cuoi forti e di colore verdastro, di taglio scuro, ma assai duro e con il fiore ruvido.

2. Il tessuto membranoso che ricopre esteriormente il corpo dell’uomo e di tutti gli altri animali costituisce la pelle. In linea di principio, tutti i vetebrati, mammiferi, uccelli, rettili, pesci sono in grado di fornire la materia rima idonea ad essere trasformata in cuoio. Tuttavia, le pelli che più comunemente sono utilizzate a scopo conciario sono quelle ricavate da bovini, ovini, caprini, equine e rettili. La pelle, che a prima vista appare una membrana semplice, è in realtà molto complessa. L’esame microscopico permette di distinguere tre strati: l’epidermide, il derma e il tessuto adiposo sottocutaneo. L’epidermide, situata all’esterno e costituita da cheratina, la quale non si trasforma in cuoio, ma distrutta con gli altri componenti del sistema epidermico (follicoli, peli, ghiandole) durante l’operazione di depilazione. Il derma è lo strato che viene trasformato in cuoio, la cui parte esterna costituisce il cosiddetto fiore. Il tessuto adiposo sottocutaneo è lo strato che aderisce al corpo dell’animale; esso risulta formato da fibre elastiche e da sostanze grasse che vengono eliminate durante l’operazione di scarnatura. Elemento caratterizzante delle pelli è il fiore. Esso è determinato dai pori, ed è peculiare a ciascun animale: visibile sulla superficie esterna di una pelle dopo che il pelo è stato eliminato. Il fiore e, in senso lato, tutta la superficie delle pelli è oggetto di particolare attenzione da parte sia del conciatore, sia dall’acquirente di pellami e di cuoi. Il fiore viene osservato con molto impegno alla ricerca di eventuali difetti, alterazioni, adulterazioni e le cosiddette soffiature (insufficiente aderenza della parte più superficiale con le fibre sottostanti).

3. Cuoio, dal latino corium, è voce che designa, in senso lato, il prodotto imputrescibile ottenuto sottoponendo a processo di concia la pelle degli animali. L’arte di trasformare le pelli in cuoio è attività antichissima. Già dai tempi più remoti della civiltà umana, manti e velli di animali, seppure in forma semplice, vennero lavorati e usati dall’uomo per scopi protettivi ed estetici.. Si suppone che le pelli crude venissero conservate dapprima mediante essiccamento ed azione del fumo, fino a quando, con lo sviluppo progressivo della civiltà, si comprese che una conservazione assai migliore si otteneva trattando la pelle con parti di piante ricche di tannino. Sottoponendo le pelli all’azione della cenere, l’uomo imparò pure ad eliminare i peli, quando desiderava usare le pelli come cuoio e non come pelliccia. Dell’arte conciaria si fa cenno nelle Sacre Scritture e nelle opere di Omero. Gli Egiziani erano maestri nel trattare le pelli e da essi appresero l’arte gli Ebrei, i quali nell’antichità avevano un florido commercio. Nel Medioevo la professione era praticata presso tutti i popoli civili, per quanto alcuni particolari tipi di cuoio si importassero in Europa dall’Oriente. In quel tempo il cuoio decorato ebbe una vasta applicazione anche nell’arredamento come tappezzeria, particolarmente in Spagna e in Italia, più tardi in Olanda, Inghilterra e Francia. Inciso e sbalzato, servì anche per fare selle, custodie ed astucci.
Il cuoio per tomaia o cuoio per calzatura è oggi ricavato da pelli di vacchetta, vitelli, capre, capretti, conciati per lo più al cromo, talora anche al tannino. Deve essere morbido, flessibile, resistente, specie alla piegatura.

4. Proveniente dal porto di Venezia, la vallonea veniva ridotta in polvere localmente mediamte appositi molini. Nel 1720 il nobile Vincenzo Gradenigo chiedeva al Magistrato dei Beni Inculti”…la facoltà di commutare una Rodda da follo da panni in una da macinar Vallonea in località Barchette a Bassano”. Una volta contusa e posta in infusione nelle fosse, per la cessione del tannino, la vallonea veniva sfruttata principalmenteper produrre il corame pesante da suola. Nel Settecento il cuoio alla vallonea era molto apprezzato, oggi l’alto prezzo ne limita fortemente l’uso.

5. Albio è parola del dialetto veneto che sta a indicare una piccola vasca in pietra.

6. La mina è un recipiente per misurare gli aridi ed è equivalente alla metà di uno staio. Aveva la forma di un vaso cilindrico sulla cui bocca una spranghetta disposta trasversalmente serviva da presa. A Venezia e in gran parte del Veneto lo staio corrispondeva a 27 litri.

7. Nella maggioranza dei casi, le pelli appena scuoiate vengono sottoposte, a seconda del luogo d’origine, a opportuni trattamenti che ne permettono la buona conservazione. Le pelli secche sono generalmente quelle provenienti dall’Africa o da altri Paesi esotici, sottoposte a irradiazione solare di essiccazione. Invece le pelli locali vengono quasi sempre conservate per mezzo della salatura;le pelli salate si mantengono inalterate grazie all’azione disidratante del sale comune.


Fine Cuojajo
pag 179-192 (Francesco Griselini)
Copiato a mano dall’originale da V. Caniglia

 


CAMOSCIERE,
o descrizione dell’arte degli Acconcia-pelli.

LA PERGAMENA (vedere sezione dedicata)


CAMOSCIERE.
Operajo che sa preparare, e che ha il diritto di vendere le pelli di Camoscio per essere impiegate negli usi varj che di esse vengono fatti. Si da’ il medesimo nome agli Operaj che comperano da Macellaj le pelli montoni, di pecore, di capre, e di becchi, coperte di pelo, o di lana per farne le false camoscie.

Noi recheremo nel dettaglio di quest’Arte importante la maniera di preparare le dette pelli; e poiché il lavoro del Camosciere differisce pochissimo da quello del Pellajo o dell’Acconcia - pelli, specialmente nel cominciamento del medesimo, perciò non separeremo l’uno dall’altro.

Quando si ha fatto la compera delle pelli, si può conservarle, sinchè si debbono porre in lavoro, e che se ne abbia raccolta una quantità assai grande. A tal oggetto si distendono sopra pertiche, ove si seccanzo, avendo attenzione di batterle per scacciarne gli insetti che la guasterebbero.

Tale cautela è necessaria specialmente nei mesi di Giugno, di Luglio, e di Agosto, i più caldi dell’anno. Se ne lavora maggiore o minor copia ad un tratto, secondo che si hanno più o meno pelli, ed Operaj.

Ammassate le pelli, si mettono a molle [1] o in fiume, allorché abbiavene uno vicino, o in tini di legno. Se la pelle sia fresca si può lavarla sul fatto, né più ci vuole di un giorno ad un Operajo per lavare un centinaio di pelli.

Se per contrario ella sia secca2, fa d’uopo lasciarla a molle un giorno intero senz’altro toccarla. Si lavano le pelli agitandole nell’acqua, e maneggiandole colle mani, come si vede nella Vignetta I. a fig.1. e fig. 1 n.2 della Tavola XXIX.
Cotesta preparazione le rinetta.

All’uscire della tina si mettono sul cavalletto, si distendono sopra il medesimo, e si passano col ferro, o coltello da due manichi. Vedete due di tai coltelli, fig.6., fuori della vignetta I., ed in essa vignetta in C fig.3 il cavalletto con una pelle al di sopra, ed un Operajo occupato a lavorarla.

Questa operazione si dice raschiare. Il suo oggetto è di rendere bianca la lana, e di rinettarla di tutto il suo sudiciume.

Quando una pelle sia stata raschiata una volta, la si gitta in una nuova acqua, ed in un nuovo tino; il perché conviene che in una officina di Camosciere ve n’abbiano parecchj. Un operajo può raschiare in un giorno venti dozzine. Compiuta che ha la sua fattura, egli prende tutte le sue pelli raschiate, e messe in un cumulo, le gitta tutte in nuova acqua, e ve le lascia stare durante la notte in qualunque tempo ciò sia; ma l’acqua essendo più calda, e meno cruda in estate, quindi la lavatura ne riesce migliore.

Il primo raschiamento si fa del pelo, o della lana.

Il secondo giorno si pratica una seconda raschiatura, distendendo la pelle sul cavalletto come la prima volta, ma vi si passa il ferro dal lato della carne; operazione che netta tal lato, e rende molle la pelle.

E’ approposito che questo secondo raschiamento sia stato preceduto da una lavatura, e che le pelli siano eziandio maneggiate nell’acqua.

Per siffatto secondo raschiamento non ci vuole minor fatica, né minor tempo di quello che si è speso nel primo.

A misura, che si va avanzando il secondo raschiamento, l’Operajo ammucchia le sue pelli le une sopra le altre; ed al termine della giornata, avendo riempiute le tine di nuova acqua, ve le ripone dentro, ve le lascia la notte seguente, e all’indomane le raschia per la terza volta.

Cotesta terza raschiatura non differisce in modo alcuno dalle precedenti, eseguendosi sul cavalletto, e dalla banda della lana [3].

E approposito di osservare, che queste tre raschiature del fiore, e della carne, non si praticano che riguardo alle pelli secche. Quand’esse sono fresche, si raschiano, a dir vero, tre volte, ma soltanto dalla banda della carne; giacchè la carne essendo fresca non ha duopo di preparazione alcuna; ed il lavoro, in tal caso, rimane assai abbreviato, poiché un
Operajo potrebbe quasi fare in un giorno ciò, che non fa in tre.

Dopo la terza raschiatura, si ripongono le pelli in nuov’acqua, e si lavano sul fatto, evitando bene di lasciarle ammucchiate, mentre si riscalderebbero, e si guasterebbero. Quando siano lavate, si fanno sgocciolare; ed a tal effetto si distendono tutte sopra un cavalletto, le une addosso delle altre, e vi si lasciano pel tratto di tre ore.

Passato un tal tempo si mettono in calce. Per mettere in calce conviene essere in due persone: si prende una pelle, la si distende a terra, cosicchè la lana sia contro il suolo, e la carne in alto; si distende bene la testa, e le zampe da un lato, la coda e le zampe dall’altra; si piglia una seconda pelle, che si distende sulla prima, testa sopra testa, coda sopra coda; la lana della seconda giace sulla carne della prima; la lana della terza sulla carne della seconda. E così di seguito fin al concorso di dieci in dodici dozzine di pelli.

Quand ’ elleno si trovino tutte distese nel modo suddetto, si tira a canto di se un mastello, in cui siavi della calce disciolta e stemperata alla maniera di quella, di cui si servono i Muratori per imbiancare le pareti delle muraglie. Allora si prende una pelle senza lana, la quale si chiama curetto: si coglie questo curetto colla tenaglia pel mezzo, ed dopo averlo piegato in varj doppi, lo si attacca all’estremità d’un bastone, come lo aditta la Fig.1 della Tav.XXIX. Si tuffa questo curetto nella calce, ed impregnato che ne sia di lei, si frega con esso la prima pelle del cumulo; il che si dice incalcinare.

Bisogna che la pelle sia incalcinata per ogni dove, vale a dire, che non abbiasi nella pelle, che s’incalcina, sito alcuno, ove il curetto non sia passato sopra, e non abbia lasciata della calce.

Tale cautela è di conseguenza. A misura che si mettono le pelli in calce, si adattano in pila. Non c’è pericolo ad adattarle in pila, giacchè le pelli non si riscaldano più, quando si trovano incalcinate o scalcinate. Ma tutto ciò, che non fu incalcinato si putrefà.

Per adattare in pila, eccovi come si adopera. Messa che è una pelle in calce, la si piega in due per lungo, vale a dire, che le due parti della testa siano applicate l’una sopra l’altra, e le due parti di dietro similmente l’una sopra l’altra, carne contro carne. Si mette in terra questa pelle in tal guisa piegata; si dà la calce ad una seconda, che piegasi come la prima, e la vi si adatta sopra essa, e così di seguito. Un centinajo di pelli forma tre o quattro pile, secondo che si trovan elleno più o meno provvedute di lana.

La piegatura delle pelli si eseguisce da due Operaj. Si lasciano le pelli in pila trascorrere così incalcinate dagli otto ai dieci giorni, se siano state lavorate secche; poiché non vi occorrono che due giorni, se fossero fresche.

In capo ad un tal tempo si scalcinano; ed a tal oggetto si levano dalla pila una ad una, si aprono, si piegano in verso contrario a quello, ond’erano piegate, vale a dire, per mezzo, ma sempre lana contra lana, di maniera che la lana della testa sia contra la lana della coda. Conviene che siavi la appresso un tino di nuov ’ acqua, poiché è d’uopo tuffare in essa ogni pelle, ed agitarvela ben bene, finchè la calce, la quale non si è ancora seccata sopra di lei, rimanga interamente distaccata.

Quando la calce sia stata portata via dall’acqua, si piega la pelle per lungo, cioè in modo che la piegatura attraversi la testa e la coda, e che la carne sia contra la carne, e la si mette sopra un cavalletto per farla sgocciolare.

Continuasi in tal guisa a scalcinare, a piegare ed a mettere in pila sul cavalletto.

Non si possono scalcinare più di cento pelli nella medesim’ acqua , ma per altro ciò dipende dalla grandezza delle tine. Si prende ordinariamente nuov’acqua ad ogni centinajo, donde scorgesi quanto sia vantaggioso ad un Camosciere il lavorare sopra un fiume, ove l’acqua cambia di continuo.

Scalcinate che sono tutte le pelli, si lasciano sgocciolare su i cavalletti non maggior tempo di quello che occorre per preparare nuov’ acqua; ed un tal tempo è sufficiente, onde quella che sgocciola trascini seco lei il grosso di quanto rimane di calce. Dopo di ciò si prendono le pelli su i cavalletti, e lasciandole piegare, si mettono così ad una ad una nella nuov’ acqua, e si lavano precisamente come i pannilini, fregando una parte della pelle contra l’altra. L’oggetto di tal lavatura è di togliere dalla lana la porzione d’acqua di calce, di cui potrebb’ essere impregnata.

Lavata così una pelle, la si mette distesa su i cavalletti, e così di seguito; se ne forma d’esse un cumulo, e si lasciano sgocciolare fin al domani. Se il domane faccia bel tempo, si prendono le pelli dal di sopra dei cavalletti e si espongono al sole, o distese sul fiume, o sopra le muraglie, avvertendo che la lana sia rivoltata dalla banda del sole medesimo. Tale avvertenza non è già cosa indifferente, poiché così la lana diviene assai più morbida, e più commerciante. Allorchè la stagione sia calda, e non si lasciano che intorno un’ora le pelli esposte al sole.

Allora è tempo di spelare [4], sotto il quale termine s’intende levare dalle pelli la lana. A tale oggetto si prende una pelle, e la si distende sopra il cavalletto, su cui già la si raschiò; e collo stesso ferro si fa cadere tutta la lana, la quale sì facilmente viene a staccarsi, che un Operajo può spelarne venti dozzine al giorno, attesocchè, per ispelare, non vi si passa sopra il ferro che una sola volta. Levata che si abbia alle pelli la lana, la si distende sul granajo per farla asciuttare. Ella rimane più o meno sul granajo secondo la stagione, non volendovi più d’otto giorni in estate, mentre vi occorrono un mese in tempo d’inverno. Asciutta ch’è questa lana, la si vende ai fabbricatori di pannine senza darle alcun’altra preparazione.

Quando le pelli sono state spelate, assumono il nome di curetti o di curate, e si mettono nelle fosse, le quali in qualche luogo diconsi piani.

Queste fosse sono rotonde, o quadrate, il cui lato ha cinque piedi, con la profondità di cinque (Vedi una di queste fosse A, B, D nella vignetta num. 1 della Tavola XXIX). Si pone in queste fosse un moggio di calce, e si riempiono per due terzi all’incirca d’acqua.

Vi si gettano dodici dozzine di pelli curate le une dopo le altre, si distendono e si profondano nella calce con uno stromento, che nominasi l’affondatore, il qual’è un quadrato di legno immanicato d’un lungo bastone. Tutto questo lavoro chiamasi distendere in fossa, o in piano.

Veggasene la rappresentazione nella Fig.8. della suddette vignetta n.I., e fuori della vignetta la Fig.4. rappresenta l’affondatore.

Si lasciano le pelli nella fossa pel corso di quattro, cinque in sei giorni, e poi le si traggon fuori, il che dicesi levare. Più che se ne levano spesso, meglio si fa.

Per levare, si prendono le tenaglie; (Vedi queste tenaglie nella detta Tav. Fig.8.) si colgono le pelli, si cavano dalla fossa, e si gettano sopra delle tavole, messe presso gli orli della medesima: si lasciano sopra queste tavole quattro giorni, in capo dei quali si rimettono in fossa, e replicasi tal operazione durante il corso di due mesi, o’ di due mesi e mezzo; osservando però in capo ad un tal tempo di nuovamente porle in un’altra fossa nuova. Non bisogna mettere le pelli nella fossa subito ch’ella è stata fatta, essendo una regola generale, che il calore della calce le abbrucierebbe; il perché quando si prepara una fossa fa mestieri dunque aspettar sempre, innanzi di porvi le pelli, almeno due giorni, tempo sufficiente, onde si raffreddi.

Dopo questo lavoro di due mesi e mezzo, le pelli tratte dalle fosse, per non rientrarvi, vengono poste nell’acqua, e bene in essa sciacquate e rinettate dalla calce.

L’acqua in cui si lavano, dev’essere fresca. V’ hanno certi Operaj, che non le sciacquano, né le ripuliscono, ma non operan’eglino a dovere. Dopo che le pelli sono state sciacquate e mondate dalla calce, di nuovo ancora si ripuliscono; la qual’operazione di mondare e di ripulirle si fa ad ogni pelle l’una dopo l’altra: si cava una pelle dalla fossa, la si monda, e la si ripulisce, e quindi si passa ad un’altra.

Ripulire, o, come dicono altri sfiorare, egli è un passare il ferro sul lato ov’era la lana [5]; operazione che si eseguisce sul cavalletto con un ferro tagliente, che nominasi ferro da sfiorare, o da pulire : quello che venne adoperato fin ad ora, dicesi ferro da sgrossare.

Lo sfioramento consiste a levare la prima pellicola della pelle; la quale pellicola si leva più o meno facilmente, essendovi delle pelli curate, che ubbidiscono sì difficilmente al coltello fin ad essere in necessità di raderle.

Sfiorare, egli è passare il coltello leggermente sulla pelle, conducendo la parte tagliente del medesimo circolarmente, e parallelamente al corpo lungo tutta la pelle medesima; radere per contrario egli è un appoggiare il coltello fortemente disteso in piano sulla pelle, e condurlo in una direzione obbliqua al corpo, come se si volesse tagliare e levare dei pezzi dalla pelle stessa. Gli Operaj, per indicare la qualità delle pelli difficili da sfiorare, e che son’obbligati di radere, dicono che son’elleno affossate. I montoni affossati hanno la granitura grossa, e la superficie scabrosa. Ve ne hanno di sì pieni di concavità, ch’è d’uopo raderli tutti; tali sono i gran montoni. Un Operajo non può sfiorarne più di quattro dozzine al giorno; ma se fosse obbligato di radere tutte le pelli, non ne finirebbe più di due dozzine in una giornata.

Sfiorate che siano le pelli, si pongono nell’acqua recentemente tratta o versata in un tino a tal’effetto preparato. Bene in essa sciacquate, le si traggono fuore per lavorarle sul cavalletto col ferro da scarnare.

Quest’operazione dicesi scarnare, e si eseguisce dal lato della carne, o dal lato opposto a quello della lana: essa consiste a staccare delle particelle di carne in assai picciola quantità. Si scarnano fino dieci dozzine di pelli al giorno.

Dopo un tal lavoro se ne danno alle stesse ancora tre altri; due consecutivi dalla banda del fiore, e uno dalla banda della carne; osservando innanzi a cadauno di passarle in nuov’acqua: tutte tali operazioni si eseguiscono sul cavalletto, e sempre col medesimo ultimo ferro: si distinguon’elleno coi nomi di lavori sul fiore, e di lavori sulla carne, secondo i lati ove si fanno.

Ma siamo pervenuti al momento di andare al folo [7]. Se si abbia la quantità necessaria di pelli per tal’effetto, vi si va: questa quantità si nomina una pila, e la pila è di venti dozzine. Questo termine viene dalla spezie di tramoggia o di albio, o truogolo del mulino da folare [8], ove si mettono le pelli. V’hanno dei molini con sin anche quattro pile, ed ogni pila è provveduta di due magli di legno robustissimo, i quali sono dentati nella superfizie, che si applica sulle pelli. Una ruota mossa dall’acqua fa girare un albero guernito di denti; questi denti corrispondono alle code dei magli, le inganzano, le innalzano, se ne scappano, e le lasciano ricadere nella pila.

Tal è tutta la costruzione di questi molini, i quali, siccome appare, sono pochissimo diversi dai molini da fòlo dei Fabbricatori di pannilani.

Per far folare le pelli si mettono nella pila aggomitolate, o a tre, o a quattro. Per fare questo gomitolo si pongono le pelli le une sopra le altre, si rotolano, e si tengono arrotolate, annodando le gambe e le teste, e passando le due altre estremità della pelle sotto questo nodo; si getta poscia questo fagotto nelle pile, ed egli contiene sin venti dozzine di pelli.

Si lasciano i fagotti sotto l’azioni dei magli per il corso di due ore o in circa, ed in capo ad un tal tempo si ricavano dalle pile. Allora sopra corde tese in un prato, all’altezza di quattro piedi, si distendono le pelli, loro dando un po’ d’aria per un quarto, o mezzo quarto d’ora. Ciò dicesi dare alle pelli un piccolo vento [9], o vento bianco. Conviene che faccia bel tempo, oppure avere delle stufe, le quali stufe, o camere calde deggion’avere le pareti guernite di chiodi uncinati, a cui si sospendono le pelli sin al numero di trenta dozzine. Queste camere vengono riscaldate per via di gran fuocaje. Dopo questo primo vento bianco, si levano le pelli dal di sopra delle corde: finchè elleno si trovano imbevute d’acqua, si dice, che sono in trippe, e quando cominciano a spogliarsene, si dice che si mettono in cuojo.

Levate le pelli dalle corde si portano sopra una tavola per dare l’olio alle medesime, e l’olio, che s’adopera, è di pesce, né si fa riscaldare.

Avendosi di quest’olio in una caldaja vi si attuffa la mano entro; poscia tenendola innalzata al di sopra della pelle, si lascia sgocciolare giù l’olio allungandola e conducendola per tutto, affinchè così la pelle rimanga in ogni sito irrigata dall’olio stesso, che sgocciola dalle dita. Per mettere bene in olio ne occorrono quattro libbre per ogni dozzina di pelli.

A misura che si dà l’olio alle pelli, si riducono in fagotti di quattro ognuno, e si rimettono essi fagotti nella pila del folo, ove restano esposti all’azione dei magli pel tratto di tre ore, in capo al qual tempo si ricavano, e loro si dà, sulle corde, un secondo vento alquanto più gagliardo del primo, cioè per un buono quarto d’ora.

In capo a codesto quarto d’ora si levano le pelli dal di sopra delle corde, si rimettono in fagotti, e si cacciano nella pila per la terza volta, ove restano ancora due ore; quindi si ricavano, e loro dassi una nuova inoliata sulla medesima tavola, simile del tutto alla prima che hanno ricevuta; dopo di che si tornano a ridurre in fagotti, e si fanno folare per il corso di tre ore.

Passate queste tre ore si ricavano ancora dalla pila; si distendono sopra le corde, loro dando un vento alquanto più gagliardo del precedente.

All’uscire dalle corde, e dopo essere state rimesse in fagotti, si folano ancora per tre ore all’incirca, e continuasi il folo, e i venti alternativamente fino al numero di otto, osservando, innanzi all’ultimo vento, di dare immediatamente la terza inoliata. Dopo l’ottavo vento, ch’è d’una, o di due ore, non v’ha più folo.

Conviene procedere con molt’attenzione riguardo ai venti, che precedono l’ultimo: se fossero troppo gagliardi, o troppo lunghi, le pelli s’invetrierebbero, o diverrebbero troppo dure. I siti deboli sono più esposti degli altri ad invetriarli, ma se l’Operajo fosse negligente, la pelle s’invetrierebbe per tutto.

All’uscire dal folo, e dopo l’ultimo vento, si mettono le pelli in calda.

Mettere le pelli in calda, egli è un formare dei cumuli di venti dozzine delle medesime, e di lasciarle riscaldare in tale stato. Per accelerare, o conservare questo calore, s’invoglie il detto cumulo di coperte, in maniera che più non si veggano le pelli stesse. E’ codesto il tempo d’invigilare sul suo lavoro, poiché mancando d’attenzione, le pelli si abbruciarebbero, ed uscirebbero dai cumuli nere come il carbone. Le si lasciano più o meno in calda, secondo la qualità dell’olio, e della stagione. Ora fermentan elleno prontissimamente, ed ora con lentezza. La differenza giunge a tale, che ve n’hanno, che passano tutt’il giorno senza riscaldarsi, mentre altre prendono il calore sì presto, che convien quasi smoverle sul fatto. Si rileva colla mano, che il calore trovasi a tal segno per dimovere. Dimovere le pelli, è un rifare dei nuovi cumuli in altri siti, rivolgendole a manipoli d’ott’o dieci, più, o meno. Il calore è tale, che tutto ciò che può fare l’Operajo, è di sofferirlo [10].

Si cuoprono i nuovi, o il nuovo cumulo, e si dimuove sin sette in otto volte. V’ ha talvolta luogo a temere, che la forza del calore possa talvolta giungere a tale gagliardia, che sia capace di abbruciare; il perché il punto di perfezione di quest’Arte ingegnosa sta in prevenire tal accidente, dimovendo a tempo il cumulo delle pelli, che sta fermentando. Fra ogni dimovimento si lascia trascorrere maggiore o minor tempo, secondo la qualità dell’olio: se ne attrova che non permette più riposo d’un quarto d’ora, e ve n’ha ove si può attendere assai più. Dopo tal operazione le pelli si dicono passate: per passarle, fa d’uopo disbrigarle della loro acqua; trattasi adesso, per finirle, il disbrigarle del loro olio.

A tal oggetto preparasi una lescivia con acqua, e ceneri gravelate: ci vuole una libbra di tali ceneri per ogni dozzina di pelli. Si fa riscaldar l’acqua al punto di poter tenere in essa immersa la mano, giacchè troppo calda brucierebbe le pelli. Riscaldata che sia la lescivia convenevolmente, la si mette in un tinaccio, e vi s’immerge entro le pelli, dimovendole, ed agitandole gagliardamente colle mani. Si continua tal operazione più lungo tempo che si possa, e poi si torcono col torcitojo.

Il torcitojo è una specie di manubrio di ferro, tal quale lo rappresenta la
Fig. II. della tavola XXIX : il gombito, e le braccia B C D sono perpendicolari alla coda AB: AB ha circa due piedi di lunghezza, CD un piede e mezzo; l’apertura del gombito BF, quattro pollici; e il tutto va alquanto diminuendo dalla testa del braccio sin alla cima della coda. Per torcere, l’Operajo ha una pertica o cavia piantata e fissata orizzontalmente nel muro, o altrimenti, come la aditta la Fig. 2 della vignetta II, nella suddetta Tavola; egli prende cinque, o sei pelli; le getta sulla detta cavia; le coglie colla mano sinistra per le cime che pendono; si adatta fra queste cime la coda AB del torcitojo; si prende colla mano diritta il manubrio D; l’eccedente delle pelli; dalla cavia fin alla mano sinistra, si dispone lungo la coda, e fra il gombito BCF si fa girare il torcitojo coll’ajuto del detto manubrio, più gagliardamente che si possa, oppure accontentasi, dopo aver colte le cime delle pelli stesse, di passare fra esse, e al di sotto della cavia un bastone, e che fa la funzione medesima del torcitojo.

A misura che si torce, esce la lescivia e seco tragge il grasso. Il mescuglio dell’olio, e della lescivia si chiama disgrasso, e l’operazione disgrassare.

Quando sia riuscito un primo disgrassamento, e d’altro non è d’uopo che di una lavatura per condizionare la pelle; e tale lavatura si fa nell’acqua chiara, calda e senza ceneri.

Ma non di rado, e specialmente quando le ceneri son deboli, ci vogliono sin tre disgrassature. Dietro alle stesse si lavano le pelli, e poi si torcano alcun poco; operazione la quale fassi col torcitojo, e colla cavia nel modo indicato.

Torte che siano sufficientemente le pelli, si stirano, si maneggiano, e si distendono sopra adattate funicelle, o si sospendono a’ chiodi nei granaj e si lasciano asciuttare; il che si ottiene non di rado in uno, o due giorni.

Quando si trovano asciutte, si stirano con uno stromento chiamato palettone11; locch’è ciò che fa l’Operajo fig. 3. nella Vignetta II della citata Tavola XXIX. Il palettone (veggasi rappresentato fig.9 nella stessa Tavola) semplice è uno stromento formato di due tavole, una delle quali è perpendicolare all’altra: la perpendicolare porta nella sua estremità un ferro tagliente, alcun poco ottuso e curvato, e del quale la corda della curvatura può avere sei pollici: si passa la pelle sopra questo ferro solamente da un lato, cioè da quello del fiore, e tale operazione ad altro non serve che ad ammorbidirla e renderla pieghevole. Si possono passare sul palettone sin quindici dozzine di pelli al giorno.

Passate le pelli sul palettone, si riducono col ferro tondo detto l’occhiale [12], onde da alcuni distinguesi tal operazione col nome di riduzione coll’occhiale. E’ questo ciò che fa l’Operajo fig. 4. della vignetta N.II. Lo stromento, il quale si vede nella medesima Tavola ( fuori della vignetta) fig. 10, che consiste in due stipiti verticali, sopra i quali sono adattati due pezzi di legno orizzontali, di cui l’inferiore è fermato su i stipiti, ed il superiore può allontanarsi dall’inferiore, perché vi si possa fra essi passare la pelle, ed arrestarvela col mezzo d’una chiave, o pezzo di legno, che attraversa uno degli stipiti immediatamente al di sopra del legno superiore; quest’istrumento, io dico, si nomina un riducitore. Avvi ancora un altro riducitore, che si può vedere nella medesima Tavola Fig.12. E’ questi similmente composto di due stipiti, co’quali è incastrato un solo pezzo di legno. Sonovi perpendicolarmente a questo pezzo di legno, una parallelamente all’orizzonte, due specie di arpioni fermati alla medesim’ altezza, e a un di presso alla distanza della larghezza dello stipite più grande: detti arpioni ricevono nei loro anelli un bastone rotondo di legno: si adatta la pelle sopra questo bastone, e la si ferma ad esso col mezzo, come dicono, di tre servidori.

Questi servidori sono composti di una spezie di uncinetti di legno, che possono abbracciare la pelle ed il bastone; se mette uno dalla banda d’ogni estremità della pelle, ed un terzo nel mezzo; e siccome tutti e tre sono caricati di gravi contrappesi, perciò impediscono, che la pelle possa muoversi intorno al bastone, sopra di cui è adattata. Vedi la Fig. 7. E G, g, e, sono gli stipiti; M, la traversa; o, o, gli arpioni; n, n, il bastone rotondo; P, q P q, Pq, i servidori; p, p, p, gli uncini; q, q, q, i pesi; m, la pelle.

L’operazione di ridurre si fa dalla banda della carne. L’occhiale leva tutta la carne che può essere restata. Esso occhiale è una spezie di coltello rotondo come un disco forato nel mezzo e tagliente tutto all’intorno della sua circonferenza, come ne lo mostra la figura 4 della vignetta n. II in p.

La circonferenza dell’apertura inferiore è orlata di pelle, e per l’apertura l’Operajo passa la mano, onde stringere, e maneggiare lo stromento.

Egli ha questo di comodo, che quando cerca di tagliare dalla banda che lo si adopera, il più lieve movimento del polso, e delle dita lo fa girare, e lo presenta alla pelle con un sito, che taglia meglio.

V’hanno degli Operaj, che riducono sin sei dozzine di pelli al giorno.

Ridotte che siano le pelli, si vendono ai Guantai, e ad altri Operaj. Fia bene sapere, che se rimanga dell’acqua nelle medesime, allorchè si pongono in calda, e se sian elleno mal passate, queste sono altrettante pelli perdute, giacchè si abbruciano, e diventone nere e dure. Nell’atto del riscaldamento esse si colorano, ed acquistano il colore di Camoscio. Perciò un prudente Operajo non risparmierà di ben bene dimoverle.

Nulla si perde nello disgrassamento; si mette il grasso in una caldaja, lo si fa bollire, l’acqua si svapora, e rimane un olio denso, il quale si vende ai cuojaj.

Si poneva già dell’ocrea [13], nell’ultima lavatura per rendere la pelle più gialla; ma non ci sono che i Paesani, che le vogliano d’un tal colore, ed anzi si pretende, ch’essa alteri la pelle, e la rende meno pastosa. Per impiegare l’ocrea, la si stemperava nell’acqua, e nell’ultima lavatura, dopo lo disgrassamento, si passavano le pelli nell’acqua suddetta.

Se fra le pelli che si lavorano, ve ne abbiano di capre e di becchi, e così pure di camosci, di damme [14], e di cervi, il lavoro sarà quale si è descritto; ma quando le pelli di becchi, di capre, di camosci, di cervi ec. siano ritornate dal folo, e che abbiano sofferto lo scaldamento, il lavoro ha qualche differenza: si mettono a molle nel grano fin al giorno seguente, che in seguito si valutano.

E’ codesta l’operazione più difficile del camosciere, e consiste a rimettere le pelli, a cui essa è destinata, sul cavalletto, a passarvi sopra il ferro da scarnare, a levarne il fioretto [15], ed a rendere con tal mezzo cottonosa la pelle dalla banda del fiore. Se il ferro non sia passato, ed abbia fatto presa per tutto, vi avranno dei siti, ove il fioretto sarà rimasto, e tai siti non essendo divenuti cottonosi, non prenderanno il colore. E’ questi un lavoro assai duro, e bisogna essere un buon Operajo per ridurre così nel tratto di un giorno, o una dozzina e mezzo di becchi, o due dozzine di capre, o dieci pelli di cervi.

Se faccia sole, si espongono all’aria le pelli immediatamente dopo di averle lavorate, se nò si disgrassano tutte di seguito.

Quando si tratti di metterle all’aria il tempo del folo; bisogna dar alle medesime un’aria tanto più gagliarda, quanto maggiormente le pelli sono più forti. Secondo la forza delle pelli v’ha duopo eziandio d’una maggior folatura; in fatti, i cervi ricevono alternativamente fin dodici volte l’aria, e dodici volte il folo.

Allorchè s’impieghino in lavori le pelli di capre, di becchi, di cervi ec., il fiore giace al di fuori e forma il diritto dell’opera, mentre la carne costituisce il rovescio. E’ tutto però al contrario riguardo le pelli di montone.

Si sfiorano le pelli, affinchè colui, che le impiega, possa facilmente colorirle, e di fatti la pelle sfiorata piglia più facilmente il colore di quella che non lo è.

I Camoscieri e gli Acconcia-pelli deggion, nella compera delle pelli, badare attentamente che quelle di montone non siano accoltellate, vale a dire, che in luogo di esser state levate dal di sotto all’animale colla mano, ne sian’eglino stati spogliati col coltello, poiché di queste, la durazione n’è minore.

Quando l’operazione del folo col mulino non sia stata ben’eseguita il Camosciere è obbligato non di rado a far folare le sue pelli sulle stuoje. Vedi l’articolo CUOJAJO.

Tutte le operazioni del Camosciere, e dell’Acconcia-pelli si fanno ordinariamente nelle Scorzerie [16], ove si trovano acque di cisterna o di pozzo in mancanza di quella di fiume.

Annovi dei Camoscieri, che non si prendono la pena di preparare le pelli, ma che comperandole dai Scorzaj, si accontentano soltanto di compierne il lavoro.

Si preparano altresì in olio delle pelli di Castore, ma questa non è cosa ordinaria. Tale lavoro è lo stesso di quello delle pelli di becchi, e di capre; quando queste ultime sono tinte di varj colori, ricevono il nome di castori, spezialmente essendo impiegate in guanti da uomini e da donne.

Presentemente si è introdotto l’uso di passare in olio delle pelli di vitello; al qual lavoro si può ridurre altresì quello delle pelli di becchi, e di capre.

S’impiegano le pelli di camoscio, di cervi, di damme, e di buffali per la Cavalleria, e a tal bisogna si destinano anche talvolta dei cuoj di bue, i quali in tal caso si passano in olio. Si fanno dei calzoni colle pelli di damme, quand’elleno siano sottili, e se ne fanno eziandio colle pelli di montone, purchè abbiano bastevole consistenza. Per tale ragione adunque si baderà nell’uno e nell’altro caso a separare le pelli, secondo le loro diverse qualità. Le pelli deboli di montone si adopereranno per fodere di calzoni, per farne calzette, gambiere, e cose simili.

Parecchj fabbricatori fanno un torto al pubblico allorchè si avvisano, facendo la cernita delle loro pelli per venderle, di metterne una forte con una debole: forse farebbon meglio il loro interesse a mettere le eccellenti colle eccellenti, le buone colle buone, le mediocri colle mediocri, e di vendere le une e le altre quello che vagliono. In tal guisa il compratore non resterebbe ingannato, e il Mercante non avrebbe guadagnato meno.

I rifiuti, che non mancano giammai di trovarsi in una folatura di pelli di differenti qualità, si vendono ordinariamente ai Guantaj.

Le pelli di camoscio, di cervi, di damme e di daini, che si passano in olio, non richieggono un lavoro diverso da quello che abbiamo spiegato; tutta la differenza consiste nelle dosi, nelle dilazioni del tempo, ec. Egli è approposito, per quanto si possa, di non mettere che una sorta di pelli in una medesima folatura, senza di che le due sarebbero troppo folte, e le altre non bastevolmente. I Camoscieri non si accomodano forse con iscrupolo a codesta regola.

Le pelli di daino sono di presente le maggiormente ricercate per i calzoni.

La sola differenza, che regna fra il Camosciere e l’Acconcia-pelli, si è, che il Camosciere passa in olio, e che l’Acconcia-pelli passa solamente in bianco.

Le operazioni dell’Acconcia-pelli sono le medesime che quelle del Camosciere sin a quelle di mettere in fossa. Quando le pelli siano spelate, si gittano nelle fosse; si lasciano in essa tre mesi, e durante tutto questo tempo si levano d’otto in otto giorni. In capo dei detti tre mesi si cavano dalla fossa interamente; si mettono nell’acqua fresca per lavorarle; si scarnano sul cavalletto, e si tosano le cime delle gambe e della testa, e tutte le estremità dure tosate che siano, si pongono a bere, si gittano nell’acqua e poscia si spietrono. Spietrare [17], egl’è lavorare la pelle dalla banda del fiore con una pietra da aguzzare, montata sopra un pezzo di legno o manico, alquanto affilata, ed inserviente di ferro, o di coltello all’Acconcia-pelli. Quando le pelli sono state ripassate colla pietra, si gittano nell’acqua chiara, si folano, si battono ben bene in quest’acqua, e si traggono dalla stessa per lavorarle dalla banda della carne, il che si dice dare di traverso alla carne. Tale operazione fassi col coltello da scarnare. Dicesi dare di traverso, poiché in siffatta maniera la pelle non si lavora per lungo, o dalla testa alla coda, ma per largo.

Quando si abbia dato di traverso alle pelli si pongono in nuov’acqua, e si folano; il che si fa a braccia, con piloni o martelli di legno immanicati e senza denti. La folatura dura ogni volta circa un quarto d’ora, e poscia si sciacqua. Dopo avere sciacquate le pelli, si fanno ribere in nuova acqua; loro si dà un buon attraverso di fiore, conchè nulla si leva alle medesime, ma soltanto si fa uscire la calce. Si ripongono ancora in nuova acqua; si pelano, si sciacquano, si torna ad abbeverarle, e quindi loro si dà una lisciata di fiore col coltello rotondo; dare una lisciata, egl’è lavorare per lungo dalla testa alla coda. Si rimettono le pelli nell’acqua, si folano, si sciacquano, e si dà una seconda lisciata di fiore, dopo di che si ripassa di carne: ripassare, egl’è passare leggermente sopra la lana col coltello da scarnare. Generalmente il coltello rotondo serve pel fiore, e il coltello per scarnare per la carne.

Passate le pelli, si prepara una concia con acqua chiara, e crusca di fromento, di cui per dieci dozzine di pelli ce ne vuole un mezzo stajo18 ricolmo. Si mette il mescuglio d’acqua, e di crusca in un tino, e tosto vi si gettano entro le pelli; si dimuovono ben bene, ed in maniera che rimangano coperte del tutto dalla concia, e vi si lasciano finchè lievitano come la pasta.

Levitato che hanno, si torna a cacciarle sotto: il che si fa da un giorno all’altro; né ci vuole maggior tempo alle pelli per lievitare, specialmente nei giorni caldi. Non si cavano dalla concia sennon se quando non lievitino più; ma loro accade d’ordinario di lievitare, e di essere cacciate abbasso fin sette in otto volte.

Allorchè più non lievitino, si ripassano per levare da esse la crusca; ma tale operazione si pratica solamente dalla banda della carne. Si pongono dipoi sotto il pressojo, pel quale effetto s’involgono in un panno, si cuoprono con una stoja, e vi si pone sopra delle pietre. Non rimangono in soppressa che da un giorno all’altro.

Il dì seguente, si scuotono, e si passano; circa che ecco qual’è l’importante operazione dell’acconciapelli. Per dieci dozzine di montoni passabili, ed assai belli, si prendono ventiquattro libbre del più bel fiore di farina di fromento, dieci libbre d’allume, e tre libbre di sale; si fa disciorre l’allume col sale particolarmente in una picciola secchia d’acqua calda, si prendono dieci dozzine di gialli d’uova, e tre libbre d’olio d’uliva; si fa dell’allume disciolto col sale e la farina una pasta; si versa l’olio d’uliva sopra questa pasta; si meschia ben bene il tutto insieme; e quanto ai gialli d’uova, non bisogna meschiarli colla pasta stemprata, sennon quand’essa non è quasi più calda, avendo attenzione di rendere il mescuglio ugualissimo. Circa alla di cui consistenza, non bisogna che sia sì grande come quella del mele, ma un po’ più fluida.

Se si abbiano dieci dozzine di pelli, si divideranno in cinque parti uguali, che diconsi passate, di due dozzine ciascheduna; e quanto alla quantità della pasta, o salsa, che si avrà preparata, la si ripartirà similmente in cinque porzioni. Per passare, si piglierà una di esse porzioni, che si dividerà ancora in due semi porzioni, che si dividerà ancora in due semi porzioni; si avrà un tino grande così, che la pelle vi possa star distesa, e si porranno presso allo stesso le due dozzine di pelli, si farà quind’intiepidire tre volte a un dipresso altrettanta acqua, quanta si avrà salsa, cioè a dire il valore di tre semi porzioni. Si meschierà quest’acqua tiepida colla mezza porzione di salsa; si dimoverà bene il tutto; si metteranno allora le due dozzine di pelli, ove si avrà sparso il mescuglio; vi si tufferanno ben entro, pel quale effetto si agiteranno in esso le pelli stesse, finchè abbiano bevuta tutta la salsa.

Durante tale operazione, il tino giace inclinato all’innanzi, ed essa operazione si eseguisce nella parte bassa del tino medesimo. Eseguita ch’ella sia, si prendono le pelli, e si respingono nella parte superiore del fondo, che forma un piano inclinato: ivi elle sgocciolano, e ciò che n’esce cade giù nella parte inferiore.

Sgocciolato che hanno sufficientemente, si prende l’altra mezza porzione, ed aggiuntavi presso poco due volte altrettanta acqua tiepida, si mette il tutto nello stesso tino, ove sono le pelli; si dimove bene; si prende ciascheduna delle pelli già passate e che si misero a sgocciolare nella parte superiore del fondo del tino, l’una presso all’altra: si tiene distesa con ambo le mani quella che si è presa, e la si tuffa tre a quattro volte nella salsa, ben bene in essa sfregandola. Si adatta questa pelle bagnata o passata in un altro sito della parte superiore del tino: si prende un altra pelle, la si distende colle mani; la si tuffa tre o quattro volte sfregandola bene nella salsa, e messala sulla prima, si procede in tal guisa successivamente finchè tutta la passata sia terminata. Allora si trascinano tutte le pelli dall’alto al basso del fondo del tino, e si fa che terminino di bere tutta la salsa.

Fatte le cinque passate, si mettono tutte insieme nel tino, e si folano o coi piedi, o coi piloni. Tale folatura continua circa un quarto d’ora. Ben folate che siano, si lasciano riposare nel tino stesso fin al dì seguente. Se questo dì sia bello, si distendono al sole, e se fa cattivo si lasciano nel tino colla salsa, dove nulla patiscono, e vi possono rimanere fin anche quindici giorni: se non si possono asciugare in un medesimo giorno, si ripongono nella salsa.

Quando siano asciutte, il che come testè dicemmo, non richiede più d’un giorno di bel tempo, si pone, circa una diecina di secchie d’acqua in un tino, e prese esse pelli asciutte, s’immergono nella medesima, ricavandole però sul fatto stesso per tema che ne assorbono troppa. Quando non ne siano imbevute bastevolmente, le si tuffa in essa una seconda volta, e poi si folano coi piedi sopra una stuoja distesa sul suolo. Dieci dozzine di pelli non si folano in minore tempo di tre ore.

Dopo folate, si lasciano reposare fin al domane, in cui dessi alle stesse ancora un po’ di folatura. Indi si stirano sul palettone dalla banda della carne, e finalmente si fanno asciuttare distendendole nel granajo. Se ne possono stirare dodici dozzine in un giorno.

Si lasciano distese nel granajo fin al dì seguiente, dopo di chè si gramolano fortemente sulla stuoja. Si raddrizzano quindi sul palettone dalla banda della carne, ed un Operajo può raddrizzarne fin quindici dozzine al giorno.

Raddrizzate che siano, si riducono coll’occhiale, sempre dalla banda suddetta della carne. Ciò che dall’occhiale viene distaccato, porta il nome di rittagli e si vende ai Calzolaj, a’ Tessitori, ed a’ Cartai, che ne fanno cola.

Noi qui abbiamo insistito circa il raddrizzare sul palettone, l’aprire nello stesso stromento, ed il ridurre col ferro rotondo, o coll’occhiale, giacchè siffatte operazioni si trovano spiegate nella parte prima di quest’Articolo, ove abbiamo parlato dell’Arte del Camosciere.

Bensì non mancheremo di sviluppare meglio le operazioni descritte, spiegando le figure che le illustrano, e ne le rappresentano nella Tav.XXIX.

VIGNETTA N.I
Fig.1, Operajo, che lava le pelli al fiume.
1.n.2. Operajo, che lava le pelli in un tino.
2. Operajo, che raschia le pelli sul cavalletto.
3. Operajo, che raschia le pelli per la seconda, o terza volta.
4. Operajo che colle forbici taglia le estremità dei peli della lana, che sono guastate; operazione la quale si eseguisce dopo che le pelli sono state scalcinate, ed innanzi di spelarle.
Fig.5. Operajo che mette in calce le pelli dalla banda della carne.
6. Uno degli Operaj, che distende le pelli (la carne all’in dentro) dopo
che sono state messe in calce.
7. Operajo, che si serve dell’affossatore per cacciar abbasso le pelli nella fossa.
8. Operajo, che gitta le pelli nella fossa.

VIGNETTA N. II
Fig. 1. Operajo, che spela, val a dire che stacca la lana dal di sopra della
pelle. Questa operazione va in seguito di quella della fig.4. della
vignetta precedente.
2. Disgrassatore, che torce le pelli col manubrio.
3. Operajo, che apre, o dirizza sul palettone.
4. Operajo, che riduce col ferro tondo, detto l’occhiale. p, l’occhiale.
5. Operajo, che scarna, rade, o sfiora col coltelo da scarnare.
6. Operajo, che raschia per traverso col ferro da raschiare.



S T R O M E N T I
Rappresentati fuori delle vignette nella stessa Tavola

Fig.1. Incalcinatura di cui servesi l’Operajo della fig.5. nella vignetta I.
2. Forbici che si adoperano dall’Operajo della fig.4. nella vignetta I.
3. Cavalletto di cui si valgono gli Operaj delle fig. 2 e 3. nella Vignetta I.
4. Affossatore di cui servesi l’Operajo della fig. 7 nella vignetta I.
5. Rastrello, che serve di schiumatojo per rinettare le fosse.
6. Coltello da raschiare. 11,12, le impugnature. 14, profilo della lama di questo coltello.
6.n.2. Pelatojo di cui servesi l’Operajo della fig. 1 nella vignetta II.
7. Bastone da torcere di legno
8. Ferro da raschiare per traverso di cui si serve l’Operajo della fig. 6 nella vignetta II.
9. Palettone dell’Operajo della fig.3 nella vig. II.
10. Macchina per ridurre le pelli della fig. 6. nella vignetta II.
11. Il Tornitojo.
12. Macchina da ridurre dell’Operajo della fig.4. nella Vignetta II. P, R., servitore. Q, il peso.
13. Tenaglia a ganzi per cavare le pelli dalle fosse.
13.n.2. Altra tenaglia a palette per lo stesso uso.
14. Spremitojo, che tien luogo del torcitojo per ispremere il grasso dalle
pelli.

Ecco compiuta la descrizione dell’Arte del Camosciere, e dell’Acconcia-pelli, tal quale il celebre M. Diderot [19] l’ha registrata nell’Enciclopedia, donde noi l’abbiamo tratta.

Non ommetteremo le parole colle quali quest’Autore ne la chiude:

“Noi abbiamo esposta quest’Arte colla maggiore esattezza, talchè ognuno potrà riportarsi a quanto abbiamo detto, massima perché il poco, che potrà trovarsi altronde sarà incompleto, ed inesatto. Se la maniera d’operare varj da un sito all’altro, questo è in circostanze poco essenziali, cui non abbiamo creduto gran fatto badare. Basta avere descritta esattamente un’arte tale, come la si pratica in un luogo, e quale si può praticare per ogni dove. Ora quest’è quello che abbiamo eseguito nel presente Articolo, e che si può riguardare come nuovo; merito che.... dovrebbe esser preso in considerazione da tutti quelli, i quali si preporranno di giudicare del nostro lavoro senza parzialità”.


NOTE
1 E’ l’operazione di rinverdimento.
2 Si tratta di pelle conservata essiccata.
3 E’ il lato fiore.
4 Spelare = slanare, depilare.
5 Si tratta di calce viva CaO che con acqua diventa calce spenta
Ca (OH)2.
6 E’ il lato fiore.
7 Folo sta per follone o mulino a martelli.
8 Folare o follare è un termine dell’industria tessile.
9 Si tratta di un essiccamento all’aria.
10 Sofferirlo da sofferire variante arcaica di soffrire. Qui è usato nel senso di sopportare.
11 Palettone = palissone.
12 Occhiale = lunetta.
13 Ocrea = ocra: nome generico col quale vengono indicate le varietà terrose di emtite (o.rossa) e di limonite (o. gialla), usate come coloranti, in seguito esteso ad altri minerali terrosi di colore giallo-bruno: o. d’antimonio (varietà di stibiconite), o. di molibdeno (varietà di molibdonite).
14 Damme = fem. di daino.
15 Fioretto: è quello che i conciatori di scamosciato all’olio denominano skiver, che è uno strato sottile del fiore asportato mediante spaccatura.
16 Scorzerie = concerie dal latino scortea = pelliccia, fem. di scorteus = di pelle, di cuoio da avvicinare a corium = cuoio (da M.Cortellazzo-P. Zolli, Diz. Etimologico della Lingua Italiana-Zanichelli Editore Bologna-1979/1988).
17 Spietrare = lavorare con una stira.
18 Stajo = unità di misura di capacità che si usava in Italia, con valori molto variabili, prima dell’adozione del Sistema Metrico Decimale, ancora in uso nella campagna toscana (24,35 litri), come misura del grano e di altri cereali o legumi. E’ anche il nome dato al recipiente cilindrico a doghe cerchiate.
19 M. Diderot : M. = Monsieur, Diderot Denis (1713-1784) filosofo francese uno degli animatori (assieme a d’Alembert) della Encyclopèdie (1751), che ne assunse la direzione. Fu anche uno dei volgarizzatori delle idee del XVIII sec.



IL FINE DEL TOMO III
MDCCLXVIII
Copiato a mano dall’originale dall’ing. Vincenzo Caniglia



Tavola XXIX

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Tavola XXIX Vignetta I

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Tavola XXIX Vignetta II

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Francesco Giselini Marco Fassadoni
 

 

Il Pellajo

Il Pellajo è colui, che dà a’cuojami, alcune nuove preparazioni [1], che rendendogli più maneggevoli, e più lisce, gli riducono in grado di essere adoperati per farne scarpe,selle, fornimenti da carrozza, cinture, ed altri tali lavori. Queste preparazioni si fanno al bue, alla vacca, al vitello, ed alla pecora, ma di rado al bue. Per altro, non essendo il lavoro, o l’apparecchio del bue diverso da quello della vacca, si potrà applicare ad esso quello che diremo di questo ultimo cuojame.

Della maniera di preparare o conciare [2] la Vacchetta in nero

Il Pellajo, ricevuta ch’ha la pelle dal Conciatore, o Cuojajo, la bagna in prima diverse volte, servendosi per questo di una scopa di ginestra.
Rotola la pelle bagnata, la getta sopra un gratticcio, e la calca co’piedi. Questa operazione si domanda il Calcamento [3]. Il gratticcio è un complesso, o composto di bacchette flessibili intralciate in alcune traverse indastrate sopra due montanti; il calcamento si fa o con una scarpa, che chiamasi scarpetta o scarpino la quale non è peraltro diversa dalla scarpa ordinaria se non per alcuni pezzi di cuojo forte, e duro, di cui è guarnita nella cima, e nel talone. Queste guerniture si domandano contraforte.
La pelle piegata in prima dal capo alla coda, colle zampe nella piegatura, si tien ferma con un piede, e si calca fortemente col talone dell’altro.
Questo lavoro si chiama il ricalcamento. Si ricalca la pelle per ogni verso, si rivolta, e si muta di faccia, e si tiene sul graticcio e sotto ai piedi, o alla scarpetta fino a tanta che si scorgono in essa inuguaglianze considerabili. Vedi nella Tavola del Pellajo un operaio in A, che calca, e ricalca sul gratticcio.
Allora si dispiega per iscarnarla; locchè si fa con lo scarnatojo. o ferro da scarnare. Questo ferro è una spezie di coltello a due manichi un poco tagliente, ed affilato, che si vede fig. 3.
Gettasi la pelle sul cavalletto; e l’operajo fermandola tra il suo corpo, e la testa del cavalletto leva via collo scarnatojo che si domanda ancora coltello a rovescio tutto quello, che può essere restato in essa di carnoso dopo il lavoro del Cuojajo. Vedesi in B un operajo al cavalletto.
La costruzione del cavalletto è tanto semplice ch’è superfluo spiegarla.

Quando la pelle è scarnata, si fa un buco in ciascuna zampa di dietro; si passa in questi buchi una bacchetta, che tiene la pelle distesa , e si suspende in aria ad alcune cavicchie col mezzo dell’uncinetto che si vede fig. 1. Questo si domanda mettere all’asciugamento.

Quando è asciutta per metà , si bagna come nel calcamento, e si ricalca sul gratticcio per due o tre ore più o meno secondochè le fosse [4], che in essa si osservano, cui fa di mestiere cancellare, sono più o meno grandi.

Questa operazione che chiamasi volgarmente far fuori si dà sopra la pelle piegata, e dispiegata per ogni verso, come nel calcamento.
La pelle fatta fuori si mette di nuovo all’asciugamento, ma si lascia seccare del tutto per compierla, cioè a dire per darle un ultimo ricaldamento a secco.
Ciò fatto, si rompe, o come volgarmente si dice, si scavezza.

Questo lavoro si eseguisce con uno strumento di legno lungo da circa un piede [5], e largo sei pollici [6], piano da una parte, rotondo dall’altra, traversato nella sua superficie rotonda, nella sua larghezza da scanalature parallele, che formano una spezie di denti lunghi, e guernito nella sua parte piatta di una manetta o manizza di cuojo.

Questo strumento si domanda la strecchia, e volgarmente la scaramella.
Ve n’ha di diverse sorti, secondo le diverse operazioni. Vedi le fig. 8-10-11.
L’operajo passa la mano nella manetta, mette la sua pelle sopra una tavola, e conduce la scaramella per ogni verso sopra la pelle, per lungo, per largo, sulla parte della carne e su quella del pelo.

E’ d’uopo avvertire, che la pelle in questa operazione non è distesa piana, e che la porzione, che l’operajo rompe o scavezza è sempre come rotolata e ravvolta di sotto in su; a questo modo la scaramella opera tanto meglio sulla piegatura. Vedi fig. 4 in D operajo che rompe e tira con la scaramella.

Quando la pelle è stata scavezzata e tirata colla scaramella si mette in sevo [7].
Per tale effetto si ha del sevo in una gran caldaja; si fa riscaldare a quel maggiore grado che si può; se ne riempie affatto un piccolo caldajuolo: si piglia della paglia, vi si appicca il fuoco; si passa la pelle sopra di questo fuoco, affine di riscaldarla, di aprire i suoi pori, e disporla a ricevere meglio il sevo. Pigliasi una specie di strofinaccio fatto di pezzi di drappo di lana; questo strofinaccio si domanda pezza o straccio. Vedi la fig. 4.

Si bagna nel caldajuolo di sevo, e si passa dalla parte della carne e del pelo in tutte le parti della pelle. Questo primo lavoro non basta per dare come si conviene il sevo alla pelle; si ripete per intiero, vale a dire, si fa andare di nuovo sul fuoco di paglia, e s’imbeve un’altra volta di sevo collo strofinaccio. Si mette dipoi a molle in una botte di acqua fredda, dalla sera fino al giorno appresso, cioè a dire da circa 10 o 12 ore. Si cava fuori di questo bagno per ricalcarla, e spremerne tutta l’acqua: in questo lavoro è piegata come nel calcamento. Quando si vede ch’è bastevolmente calcata, s’increspa [8].

Per increspare si mette la parte del pelo di sopra mentre la parte della carne è posta sulla tavola; si piglia la scaramella e si conduce sopra tutta questa superficie; e poi si rincrespa [9]. Rincrespare si è mettere la parte della carne di sopra, e passare la scaramella sulla parte del pelo.

Per bene intendere questa operazione, è d’uopo tornarsi a memoria, che per servirsi della scaramella si rotola la parte sopra la quale si opera di sotto in su, e che per conseguenza è d’uopo, che la parte che si vuol lavorare, sia sempre applicata contro la tavola e l’altra parte sia disopra.

Quando la pelle è increspata dalla parte carnosa, e rincrespata dalla parte del pelo, si distende sopra la tavola: si asciuga fortemente con delle scarnature, o con que’pezzi di carne, che sono stati levati dalla pelle collo scarnatojo, e di poi si stira.
Per questa operazione si ha un pezzo di ferro piano, grosso da cinque in sei linee [10] e largo abbasso di cinque in sei pollici; la parte stretta forma l’impugnatura, e la parte larga e circolare è un piano inclinato, e rotonda nel suo taglio. Vedi lo stiratojo volgarmente detto la sgussa [11] fig. 2.
Si conduce questo stromento a forza di braccia dalla parte della banda del pelo, su tutta la pelle per renderla uguale e liscia, e distenderla; questo è quello che fa l’operajo in G: allora la pelle è in grado di ricevere il nero.

Composizione del primo nero, e del modo di darlo

Il nero è composto di noci di galla, e di pezzi di ferro vecchio, che si fanno riscaldare nell’aceto, o nella birra agra; ovvero si lascia ogni cosa a molle per un mese in tempo di state [12], e due nel verno [13], purchè non si tenga la botte nella cantina. Si dà il nero alla pelle con una scopetta ordinaria, o con uno strofinaccio: si bagna molte volte nella tintura, e si passa sopra la pelle dalla banda del pelo fino a tanto che veggasi, che il colore ha preso bene: se il nero non iscorresse, ciò avverrebbe, perché sarebbe troppo denso, ed allora vi si getta da una in due secchie di acqua. Dato che abbiasi questo primo nero, e la pelle sia asciutta per metà: si fa fuori; farla fuori in questo caso si è distenderla sulla tavola, e farvi andar sopra dalla banda del pelo e fortemente la sgussa o lo stiratojo finchè veggasi che la pelle è ben liscia e che la granitura, o il grano [14] è bene schiacciato: questo si è il termine.

Composizione del secondo nero

Allora si dà un secondo nero, chiamato nero di seta: è questo un miscuglio di gallozze, o noci di galla [15], di cuperosa, e di gomma arabica [16]; si ha l’avvertenza di distendere bene engualmente il colore; e si fa asciugare del tutto la pelle.
Si rimette asciutta sulla tavola. Si prende dell’aceto, o birra agra; se ne carica la pelle con un pezzo di panno; si piega di zampa in zampa; si piglia una scaramella mezzana, si passa sulla banda del pelo, che tocca per conseguenza la tavola, indi si rincrespa sulla parte del pelo con una scaramella di sughero; ciò si domanda rompere, o scavezzare dai quattro quarti e tagliare il grano, o la granitura.
Dopo averla increspata si carica ancora di birra, o di aceto, che si conduce o si distende con uno straccio di crine bollito nella feccia de’ Cappellaj; dopo si piglia il servitore che si vede fig. 12. si serra col suo mezzo la pelle sulla tavola dalla banda della testa; questo servitore è un pezzo di ferro ricurvo, nella curvatura del quale possono essere ricevuti la tavola, e il cuojo: è largo un pollice, e lungo da circa un pollice e lungo [17]da circa un piede
Si finisce di rinettare la pelle colla sgussa, prima dalla banda del pelo [18], e poscia da quella della carne, con questa differenza, che la sgussa che serve dalla parte carnosa è un poco tagliente.
Si asciuga d’ambe le parti dopo questo lavoro, e si adopera una vecchia calza di stame [19], che si domanda, il frullone e in appresso si lustra.

Del lustrare le pelli


Questo apparecchio si dà solamente dalla banda del pelo. Si adopera per questo del crespino [20], che si ha lasciato macerare, e fermentare per ventiquattro ore dopo averlo schiacciato. Si lustra solamente la banda del pelo con questo sugo. Lustrata che sia la pelle, non rimane a far altro, che darle la granitura: s’intende per la granitura quelle spezie di fessure o crepature, che veggonsi nella pelle. Per incominciarla s’è piegata la pelle colla banda del pelo di dentro, e si ha distesa, e fregata colla sgussa, o sia stiratojo per molti versi, come detto abbiamo di sopra. Per finirla si piega colla banda del pelo di dentro dopo il suo primo lustro;
1. dai quattro quarti falsi, cioè a dire, dai quattro canti od angoli, ma un poco obbliguamente.
2. di traverso, vale a dire per lungo, occhio contro occhio;
3. per largo, o dalla coda al capo: si assoda la granitura premendo fortemente la pelle colla sgussa colla banda del pelo di dentro per ogni verso.

In appresso si passa la pelle al secondo lustro, il quale si compone di birra,di aglio, di aceto, di gomma arabica, e di colla di Frianda [21], il tutto bollito insieme, ma applicato a freddo.

Applicato che si ha questo lustro, si piega la pelle, e si sospende colla banda del pelo di dentro facendo passare la cavicchia ne’ due occhi.

Della vitellina in nero

Le pelli di vitello in prima si bagnano, e poscia si mettono sul cavalletto, e si scarnano fino alla testa con un coltello a due manichi, dritto, e poco tagliente.
Scarnata che si ha quella parte di pelle, che conviene, si lavora la testa col coltello a rovescio chiamato scarnatojo. Essendo la carne nella testa un poco più grossa che altrove, si adopera per questa parte lo scarnatojo, e pel rimanente della pelle il coltello sordo.
Queste due operazioni rinettano la pelle dalla carnosità, che può avervi lasciato il Cuojajo. Dopo si fa seccare tutto, e si pomiccia, cioè a dire si sfrega con una piccola pietra forte e dura su tutta la banda della carne, affine di pulirla e nettarla affatto.
A questo lavoro viene appresso l’operazione con cui si rompe, e scavezza.
Si rompe la pelle dai quattro quarti, si rincrespa da capo a coda, si mette in sevo, e nel resto si fa come nella vacchetta.

Della pecora in nero

Si leva via in prima dalle Pelli di pecora la borra [22] colla sgussa: questa operazione le rinetta dalla Vallonea, che vi è rimasta attaccata; si bagnano, si calcano sotto a’ piedi, e si rotolano sul gratticcio, si mettono in un bagno di acqua fresca, se ne fa uscir l’acqua colla sgussa lo che si chiama scolare.

Si da loro il nero, si ripassano; si sfregano, e si asciugano intieramente; si rompono, si increspano, e si raspano o raschiano coll’occhiale detto anche lunetta.
Il raspatore chiamato anche destira è un cavalletto, la cui costruzione non è più difficile a concepirsi di quella che si adopera per le vacchette in nero, quantunque molto diverso.

La pelle è fermata nella parte superiore sopra un rotolo, o sopra una corte in mancanza di rotolo; l’artefice passa d’intorno a se la cimosa, che corrisponde alle due branche della sua tenaglia. Questa cimosa discende abbasso delle sue natiche, che la tirano abbastanza, perché la tenaglia colga, e prenda saldamente l’estremità della pelle, l’avvicini a lui e la tenda; la pelle gli presenta la banda della carne.
Il suo occhiale o lunetta è uno strumento di ferro, simile ad una piastrella d’un piede all’incirca di diametro con un buco nel mezzo, e tagliente in tutta la sua circonferenza; gli orli del buco sono guerniti di pelle.
L’operajo passa la mano in questa apertura, che ha da sei in sette pollici di diametro, e conduce il taglio dell’occhiale su tutta la superficie della pelle, per levarne via quel poco di carne che può essere sfuggita alla sgussa.
Il rimanente del lavoro si fa come spiegato abbiamo di sopra della vacchetta nera. Vedi fig. 5, E un operajo, che raspa; fig. 6 la tenaglia col suo cordone, e fig. 7 il suo occhiale.

De’cuoj lisci, o senza granitura

Per far queste pelli, si adoperano solamente i cuojami di bue, e di vacca. Si bagnano, si calcano, si tirano colla scaramella, si rincrespano, si scarnano, e se ne continua il lavoro come nelle vacchette in nero, infino all’operazione del sevo, che si dà fortissimo, e in molte volte dalla banda del pelo, e della carne.
Si mettono nel bagno di acqua fresca, e si continua, come abbiamo prescritto per la vacchetta in nero, sino al secondo lustro, dopo il quale si mettono nello Strettojo o in soppressa fra due tavole per appianarle.
In tutto questo lavoro non si ha né scavezzato, né piegato. Ma il nero non è il solo colore, che i Pellai danno alle Pelli, e ne fabbricano ancora in giallo, rosso, verde e bianco. Ecco la maniera con cui n’è descritta la preparazione nel Dizionario di Commerzio.

Composizione di diversi colori che si danno alle Pelli

Noi non ci facciamo mallevadori [23] della riuscita perché probabilmente gli operaj avranno custodito il loro segreto, allora che la scritto il Sig. Savary, quanto lo custodiscono al presente. Il giallo si compone di grana di Avignone [24], e di alume [25] mezza libbra [26] di ciascheduno sopra tre pinte [27] di acqua, che si riducono alla terza parte. Il rosso di legno del Brasile [28] due libbre sopra quattro secchie d’acqua: si riduca il tutto alla metà facendo bollire: schiarite, rimettete sul legno Brasiliano la stessa quantità di acqua che avete messa la prima volta, riducete ancora alla metà con una ebullizione di sei ore; gettate la prima tintura sopra di questa seconda, e lasciatele tutte e due da una a due ore sul legno del Brasile, e sul fuoco.
Il verde si fa di guado [29]; mettete un mazzo o fascetto di guado sopra sei secchie di acqua: lasciate bollire il tutto per quattro ore a lento fuoco; e aggiungetevi in appresso quattro libbre di verde rame.
Il bianco non ricerca alcuna preparazione particolare; quello è il medesimo colore del cuojo conciato in olio; colore, ch’è tanto più bello, quanto più risplendente n’è il giallognolo. Per acconciar queste pelli in bianco, si preparano dapprima come per gli altri colori; poscia si passano in olio, o nel disgrasso [30] de’ Camoscieri. Vedi CAMOSCIERE.
Quando sono asciutte si ricalcano a secco, si rompono, si rincrespano dai quattro quarti, si raspano coll’occhiale; si ricalcano a secco un’altra volta, si pomiciano, si rompono di nuovo, e si rincrespano da quattro quarti; e per sollevare la granitura si rompono di traverso, e da coda in capo. Non si apparecchiano a questo modo, se non le pelli di vacca, e di vitello.
La differenza delle tinture non ne apporta alcuna nel lavoro, conviene soltanto avvertire, che quelle che vogliosi colorire giallo, non si passano in alcune, perché già ne entra nella loro tintura.
Ecco la preparazione, che deve darsi alle pelli, che si vogliono tingere. Si sfregano o si spazzano primieramente dalla banda del pelo con scopette né molli né dure; si bagnano e si calcano nell’acqua; si ricalcano all’uscire dell’acqua; si scarnano, si spogliano della borra secondo la loro qualità, si asciugano; si rimettono al bagno per poco tempo; si ricalcano in quello bagno;si scolano colla sgussa, si da loro un olio leggiero dalla banda della carne solamente, si mettono ad asciugare, si stropicciano con una sgussa di rame, si asciugano del tutto; s’ inumidiscono collo strofinaccio con un’acqua di alume, fatta di una libbra di questo ingrediente sopra tre pinte di acqua; si mettono ad asciugare, si calcano, per lo meno due o tre ore, si continua il lavoro rincrespando dai quattro quarti, increspando per traverso, ed asciugando affatto infino al momento, che si deve tingerle; allora si dà loro dalla parte del pelo il colore che si desidera; prima da coda in capo, e poi per traverso.
Si mettono a seccare, si dà loro il secondo colore quando sono ben asciutte; si rincrespano, e si finiscono come le vacchette in nero.

Ciò fatto, si nettano dalla sporcizia col coltello a rovescio sul cavalletto; si pomiciano, si ritirano dai quattro quarti, e per traverso; si dà loro il lustro coll’albume di uovo ben battuto in una pinta del colore; si seccano affatto, ovvero, si asciugano solamente; si ha un lisciatojo di vetro, come si vede fig. 13. e si passa sopra tutta la pelle.

Il lisciatojo di Pellaj non è diverso né per la materia, né per la forma da quello dei fabbricanti de’ Panni lani; è solamente più pesante e più forte.

Delle vacchette finite colla sgussa

Dopo che sono state bagnate si rincrespano con una stregghia, o scaramella coi denti larghi senz’averle calpestate o calcate; si raschiano sul cavalletto, si rincrespano dai quattro quarti, e di coda in capo;si bagnano dalla banda del pelo e della carne con uno strofinaccio di rascia [31], ma la bagnatura è leggiera dalla banda della carne; si distendono sopra la tavola, si sfregano, e si stropicciano colla sgussa di rame, indi si serrano mezzo asciutte tra due tavole.

De’Cuojami grigj

Si fabbricano come i liscj; ma non si passano in tintura, e non si lisciano.

De’Pellaj che preparano le Pelli conciate da’Camoscieri, e dagli Acconcia Pelli

Oltre a’ Pellaj, che preparano i cuojami vi sono anche quelli, a quali forse questo nome più propriamente conviene, i quali preparano le pelli ch’escono dalle mani del Camosciere e dell’Acconcia Pelli.
I Francesi hanno due diversi nomi per denotare queste due sorti di Artefici che noi abbiamo compresi sotto di uno solo.
Chiamano i primi de’quali abbiamo parlato Corroyeurs [32], ed i secondi, di cui faremo adesso parola, Peaussiers [33].

Alle pelli conciate dal Camosciere e dall’Acconcia pelli i Pellaj danno due preparazioni colla destira, o raspatore e coll’occhiale, stromenti de’quali si fa uso anche per preparare i cuojami, come abbiamo qui innanzi esposto.

Se le pelli sono tinte, si danno loro ancora due preparazioni all’uscire dalla tintura col rammollatojo, e col palettone.

Il palettone è un pezzo di ferro in forma di ferro di cavallo, montato sopra un pezzo di legno alto due piedi e mezzo, e il rammollatojo forma la metà di un grande anello di ferro conficcato nel muro.
Il palettone serve ad aprir le pelli,cioè a dire, a dar loro più di estenzione, e il rammollatojo ad ammorbidirle, o a renderle pastose.

Composizione de’colori per tingere le Pelli Conciate da’Camoscieri

Siccome anche la tintura delle Pelli dipende dal lavoro di questi Pellaj, così daremo una corta descrizione del modo, di cui si servono per far loro prendere i colori più importanti.

Per tingere le loro Pelli in nero, pigliano una libbra di noci di galla [34] peste, le fanno bollire un’ora in una sufficiente quantità di acqua, e dopo averle levate dal fuoco ne danno due mani a ciascuna pelle col pennello, e le lasciano asciugare all’ombra.

Quando sono asciutte, danno loro altre due mani della medesima acqua; poscia si prende dell’aceto fortissimo nel quale si mettono a macerare de’pezzi di ferro fino a che il ferro comparisca come imputridito.

Quando il ferro è in questo stato si fa bollire in questo aceto per quattro ore; quand’è freddato, se ne danno due mani alle pelli, si lasciano all’ombra, ed asciutte che sieno, si puliscono col lisciatojo di Vetro.

Per tingere le pelli in azzurro, si piglia una libbra d’indaco [35]polverizzato, ed un’oncia [36] di alume comune, che si fa bollire in una sufficiente quantità di acqua: in appresso dopo aver lasciato freddare questo miscuglio vi si aggiunge l’acqua necessaria per tingere.

Per tingere le pelli in rosso, in giallo ecc. si alluminano e si fanno asciugare in molte riprese; e poscia si coloriscono col pennello con gl’ingredienti coloranti, che furono da noi indicati di sopra parlando degli altri Pellaj.


SPIEGAZIONE
Delle Tavole del Pellajo


TAVOLA I
La vignetta rappresenta l’interno di una Bottega di questa sorte di Artefici, e molte operazioni di quest’Arte.
Fig.1. A Artefice, che calca sul graticcio.
2. B scarnatore, che col coltello da rovescio leva il superfluo della carne, che può essere rimasta dal lavoro del Cuojajo.
3. C Operajo, che stende la pelle passandovi sopra fortemente la sgussa, o lo stiratojo.
4. D Operajo che rompe, o scavezza colla stregghia, o scaramella.
5. E Operajo, che raspa coll’occhiale, o sia lunetta.
6. F Operajo, che calca colla bicornia.

Fuori dalla Vignetta
Fig. 1. Uncino o forca.
2. Sgussa, o stiratojo di ferro e di rame.
3. Scarnatojo o coltello a rovescio.
3 n.2 Spaccato dello scarnatolo sopra una scala triplice.
3.n.3 Acciarino per dare il filo al taglio dello scarnatojo.
4 Bicornia.
5 Strofinaccio o pezza per mettere in sevo.
6 Tanaglia da raspatore e sua cordicella.
7 Occhiale, o lunetta.
7n.2 Spaccato dell’occhiale per farne vedere la concavità.
8 Stregghia o scaramella a denti fini, o sottili veduta per di sotto.
9 La medesima scaramella veduta per di sopra dalla parte della manizza, o manetta.
10 Scaramella a denti larghi, veduta di sopra.
11.Scaramella di sughero veduta per di sotto.

TAVOLA II
Fig. 12 Servitore.
13 Lisciatojo, detto volgarmente slissa.
14 Coltello tagliente
15 Gratticcio dell’operaio
16 Altra sorte di gratticcio.
17 Cavalletto, sopra del quale è collocata una pelle, e sopra di questa pelle il ferro da scarnare, o sia lo scarnatojo.
18 Raspatore, o destira dell’Operajo fig.5. sopra il quale è collocata una pelle.
19 Profilo del bastone della destira, della corda, e della pelle per far vedere come si ferma sopra di questo stromento.
Fine del Pellajo
martedì 9 dicembre 2003


NOTE
1. Preparazioni = operazioni che consistono sia nell’utilizzazione di utensili, che nell’applicazione di preparati.
2. Conciare = dal momento che al Pellaio le pelli arrivano dal cuojajo o conciatore, sono pertanto già conciate. Il termine conciare è improprio. Bastava dire tingere.
3. Calcamento = dal verbo calcare significa pressione fatta co’ piedi, pigiatura.
4. Fosse = lievi incavi.
5. Piede = unità di misura di lunghezza in uso ancor oggi nei paesi anglosassoni, ed equivale a 0,3048 m.
6. Pollice = unità di misura usata un tempo in vari paesi e tuttora in vigore in qualcuno spec. nei paesi anglosassoni che non hanno adottato il sistema metrico decimale ed equivale 2,54 cm.
7. Sevo o sego = sostanza grassa, insipida, di solida consistenza che trovasi nel mondo vegetale e minerale.
8. S’increspa = dal verbo increspare cioè produrre pieghe.
9. Rincrespa = increspare nuovamente.
10. Linea = 1/12 di pollice.
11. Sgussa = strumento con il quale la pelle viene sottoposta a stiratura per egualizzarla, lisciarla, distenderla. L’operazione è simile a quella fatta con il moderno palissone.
12. State = estate.
13. Verno = inverno.
14. Grano = fiore.
15. Noce di galla = escrescenze patologiche che si riscontrano sulle foglie, sui rami e sulle radici di alcune piante in seguito a stimoli naturali o a punture di insetti; sin. di cecidio o zoocecidio. Vengono usate per il loro contenuto in tannini in tintoria, nell’industria conciaria e in quella degli inchiostri.
16. Gomma arabica = si trova sotto forma di grumi sulla corteccia dell’Acacia arabica, leguminose che cresce in Africa e in Arabia. Se ne conoscono diverse varietà fra le quali le più comuni sono: l’acacia verek e l’acacia stenocardia. La gomma arabica che proviene dall’Arabia e dal Kordofan, è detta gomma del Nilo ed è la varietà migliore.
17. Lungo = è lo spessore.
18. Banda del pelo = lato fiore.
19. Stame = la parte più fine e resistente del filato di lana, impiegata per tessuti di qualità; nell’industria tessile anche sin. di ordito.
20. Crespino =Arbusto delle Berberidacee ( Berberis vulgaris) comune in Italia nei boschi e sui monti. Ha rami lunghi, spinosi, foglie seghettate, fiori gialli in grappoli penduli, frutti a bacca rossa, oblunga, acidula.
21. Colla di Fiandra = è fatta con ritagli di Pergamena; meno tenace della colla forte, ma meno rigida.
22. Borra = è il buriè dei conciatori formato da residui.
23. Mallevadori = termine di origine giuridica che vuol dire garanzia, cioè di chi si assume la responsabilità del comportamento e della condotta di altri. In questo caso si tratta di operazioni fatte sulla pelle da operaj che forse avranno custodito il loro segreto.
24. Grana di Avignone = frutto di una specie di ranno, che cresce nelle siepi e presso i ruscelli, ed è il rhannus infectorius. E’ purgativo, e fornisce anche una tinta gialla.
25. Alume = allume.
26. Libbra = inglese pound , abbreviazione (o simbolo) lb; unità di misura inglese e americano di weight (= peso, ma ormai è pacifico che si tratta di “ massa”) 1 lb avoirdupois = 0,4536 kg ( Dal lat. libra, propr.”bilancia”).
27. Pinta = antica unità di misura di capacità per liquidi usata in Italia e in Francia prima dell’ adozione del sistema metrico decimale, con valori vari secondo i luoghi: 1,57 litri a Milano, 2,26 litri a Modena ecc.). Ancora valida in Inghilterra (0,568 litri); negli USA si distinguono due tipi di pinta per misurare liquidi e aridi corrispondente a 0,551 e a 0473 litri.
28. Legno di Brasile = legno di color rosso, compatto, duro e pesantissimo, molto adoperato in tintura, e che è indigeno dell’America Meridionale; quello del Brasile (caesalpinia chinata) è il migliore e il più stimato. Deriva dallo sp. e dal port. brasil, e questo dal franc. brèsil= legno rosso somigliante alla brace, derivato da braise= brace.
29. Guado = erba bienne o perenne delle Crocifere ( isatis tinctoria) comune in luoghi aridi e pietrosi. Una volta veniva coltivata per estrarre dalle foglie e dalle radici un colorante azzurro per stoffe simile all’indaco. E’ anche il nome della sostanza turchina che se ne estrae (tingere col guado). Deriva dal longobardo waid = erba colorante.
30. Disgrasso = ingrasso.
31. Rascia = tessuto spigato di lana grossolana ( dal nome italiano di Ras capitale della Raska antico regno della Serbia).
32. Corroyeurs = rifinitori.
33. Peaussiers = artigiano che prepara e tinge le pelli preparate = pellaio, conciapelli. Secondo il Diz. Ferrari-Caccia (1874) = pellicciaio.
34. Noci di galla = escrescenze patologiche che si riscontrano sulle foglie, sui rami e sulle radici di alcune piante in seguito a stimoli naturali o a punture di insetti; sin. di cecidio o zoocecidio.Vengono usate per il loro contenuto in tannini in tintoria, nell’industria conciaria e in quella degli inchiostri.
35. Indaco = una delle più importanti sostanze coloranti azzurre, ricavabile da alcune piante del genere indigofera sotto forma di glucoside, oppure sinteticamente con processi diversi.
[ Dal lat. Indicum (folium) = “ foglia indiana”].
36. Oncia = Unità di misura usato nel sistema ponderale e monetario siculo-italiota e romano equivalente a 1/16 di libbra o di asse. (dal lat. uncia “ dodicesima parte di un’unità o di un tutto”, derivato da unus “uno”). Aveva valori diversi ma all’incirca pari a 30 grammi.



Tav. I

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Vignetta

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TAV.II

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