Scuole, Associazioni e musei.




Questa sezione contiene:
A.    Scuole di conceria in Europa
B.    Scuole di conceria in Italia e a Torino
C.    L’industria conciaria nei secoli scorsi (di Erberto Durio e G.M. Bravo);
D.    Dalla bottega artigiana all’industria conciaria.




A. Scuole di conceria in Europa.
L’arte della concia, cioè quella di trasformare la pelle grezza in pelle conciata o cuoio è antichissima, con molta probabilità anteriore a qualsiasi altra lavorazione fatta dall’uomo, tranne quella della selce e del legno nel periodo preistorico; la scienza chimico-conciaria è invece molto recente, e si può dire che essa non risalga oltre al XIX secolo, perché l’industria della concia è una industria chimica ed il suo sviluppo si è verificato parallelamente a quello della chimica. La fabbricazione del cuoio è una delle industrie più avanzate, nella quale si può constatare come la razionale applicazione delle scoperte scientifiche alla pratica industriale, ottenendo risultati veramente importanti. Il passaggio da un’attività artigianale ad industria è però avvenuta lentamente. Inizialmente i conciatori si raggruppano in corporazioni, che si possono considerati gli antenati dei nostri sindacati. Incominciamo con la Francia, perché la nazione più ricca di documenti (si pensi alle tavole dell’Encyclopedie dedicate alla lavorazione delle pelli. A Parigi la corporazione dei conciatori appare nel 1160, quella dei megisseurs nel 1324, quella dei pergamenai nell’anno 1292 e quella dei corroyeurs nel 1351. Tutti questi artigiani avevano le loro botteghe, i loro quartieri particolari, i loro sindaci e i loro regolamenti. L’arte della concia viene appresa nelle botteghe e trasmessa oralmente e gerarchicamente da padre in figlio, e la disciplina era l’unica garanzia di continuità e abilità  dei loro metodi, custodendo gelosamente i segreti di quest’arte. Ora all’inizio del secolo XVIII il ministro Colbert cerca di sostituire questa gerarchia con uno studio analitico razionale del lavoro e a suscitare dei veri tecnici. La compilazione del primo opuscolo, dal titolo La Tannerie et la preparatione des cuirs fu affidata a Billettes, e in questo opuscolo si trova raggruppata tutta la documentazione fino ad allora sparsa ed affidata alla tradizione orale. Il primo trattato sulla concia “L’art du tanneur” appare nel 1764 in Francia ad opera dell’astronomo e matematico Joseph Jerôme La Lande, che tuttora è interessante e istruttivo. E’ chiaro che non si tratta di un trattato tecnico. Bisogna arrivare al 1840 per vedere depositati dei brevetti sui differenti modi di conciare; nel 1885 uno di questi brevetti, relativo alla concia al cromo, entra nella pratica industriale. Lo scienziato Louis Pasteur figlio di conciatore, si interessa al lavoro paterno: attraverso segreti di fabbricazione, egli ricercò le ragioni scientifiche di questi processi.
Bisogna ricordare che lo sviluppo della chimica e delle macchine utensili consegnano al XIX secolo la metamorfosi della conceria: la bottega artigiana diventa attività industriale.
Gli estratti concianti vegetali vengono fabbricati per la prima volta in una fabbrica di Lione nel 1860.
E così i prodotti chimici e biochimici sostituiscono, almeno parzialmente, i prodotti naturali; nello stesso tempo le sostanze coloranti artificiali applicati al cuoio, permettono di fabbricare una gamma praticamente infinita di cuoi con effetti speciali.
Il bisogno di studi scientifici si fa sentire: nascono dei laboratori, vengono aperte delle scuole di conceria. Rimanendo in Europa, nel 1891 il prof. Procter insegna l’arte della concia nell’Università inglese di Leeds; nasce a Freiburg (in Sassonia) la Scuola Tecnica di Conceria diretta dal prof. Haenlein; i prof. Eitner e Stiasny fondano la Stazione Sperimentale a Vienna; vengono creati corsi sull’arte della concia all’Università di Lione dal Sindacato Generale dei Cuoi e Pelli di Francia, corsi diretti dal prof. Vignon e poi magistralmente dal Prof. Meunier. A Liegi e a Torino nascono scuole tecniche conciarie.


B. Scuole di Conceria in Italia e a Torino
In Italia  l’insegnamento dell’arte della concia  è affidato a tre Istituti Tecnici Industriali: e precisamente: l’ITIS G. Baldracco a Torino; l’ITIS G. Galilei (fondato nel 1960) ad Arzignano (Vicenza) ed un terzo istituto  a Solofra (Avellino). Per l’importanza storica e per la rinomanza che ha avuto in tutto il mondo, descriveremo brevemente l’ITIS G.Baldracco di Torino.

La R. Conceria-Scuola Italiana nasce a Torino nel 1902, col concorso di privati, industriali e commercianti in cuoio ed affini, in seguito al voto, che il primo congresso di Conciatori e Negozianti di Pellami tenutosi a Torino nell'anno 1898 per iniziativa dell'Associazione Italiana dell'Industria e del Commercio del Cuoio, aveva emesso, applaudendo la proposta del Cav. Uff. Ettore Andreis.
Lo scopo era quello di trasformare la lavorazione delle pelli "da attività artigianale ad industria".
In quel periodo l'industria del cuoio nella provincia di Torino era molto fiorente ( nel 1899 il Piemonte contava 173 concerie), e dall'ITIS G. Baldracco sono passati industriali (Fratelli Durio) e studiosi di chimica conciaria (Vittorio Casaburi, Giuseppe Maria Bravo, Giacinto Baldracco, Beatrice Avenati Bassi, Ettore Andreis et alii). All'inizio la Scuola aveva sede, sempre a Torino) in Via Peyron 4 con un'area utile di meno di 1000 mq. Il Consiglio Comunale di Torino nella seduta del 17 luglio 1911 approva all'unanimità la proposta della Giunta per costruire la nuova sede di Corso Cirié, 7, ove tuttora si trova. Il progetto di massima dell'edificio attuale, stile liberty, è dell'ing. G. Tirone, che offrì la sua opera del tutto gratuitamente.

 

                                          

Figura 1. Antica sede di Via Peyron, 4 Torino




Figura 2. Prospetto della sede del R. Istituto Nazionale per le Industrie del Cuoio di Torino, Corso Ciriè,7
(in seguito diventato ITIS “G. Baldracco”.
La foto è del 1913. La posa della prima pietra avvenne il 19 settembre del 1911.




Figura 3. Laboratorio chimico



Figura 4. Conceria: reparto riviera


C. L’industria Conciaria in Piemonte nei Secoli scorsi
Quando nell’ormai lontano 1898 Ettore Andreis, il cui nome tutti voi, anche i più giovani, avete conosciuto come quello di un intelligente ed espertissimo tecnico del cuoio, si batteva con tutto il suo entusiasmo per l’istituzione della “Conceria Scuola”, aggiungeva ai suoi argomenti anche quello per cui l’istituzione doveva fondarsi in Torino, non solo perché di qui era sorta l’idea, ma anche perché in questa Città l’attuazione avrebbe potuto essere semplificata, essendo la sede di alcune fra le primarie concerie italiane dell’epoca, e per dirlo colle parole stesse di Andreis, qui era il cervello dell’industria conciaria.
Non mi fa oggi ostacolo alcuna concezione campanilistica, ma al contrario sono ben lieto di constatare che l’industria conciaria si è ormai diffusa in tutto il nostro Paese, ed importanti concerie si trovano in tutte le regioni, le quali pertanto possono considerarsi equivalenti per ciò che si riferisce al cervello dell’industria conciaria.
E’ tuttavia doveroso riconoscere che Ettore Andreis aveva effettivamente ragione quando asseriva che in Torino eranvi in quell’epoca aziende di considerevole importanza, eredi di quelle piccole aziende artigiane torinesi, che nei secoli precedenti erano state così numerose, da dare il nome ad una via, detta appunto Via dei Conciatori, l’attuale Via Lagrange, e gli artigiani dovevano aver acquistato tale meritata fama, da essere autorizzati a costituire un’associazione di mestiere, colla denominazione di “Università di Coriatori” sotto la protezione di S. Orso.
In Italia le corporazioni di mestiere hanno avuto, a periodi, grande rinomanza, non solo quando erano fondate a scopo di difesa economica, ma invece quali vere caste, nelle quali si poteva difficilmente entrare, se non dopo anni di duro apprendistato. Potrei ricordare qui che molti fanno risalire la fondazione delle categorie artigiane ai famosi Collegia Opificum di Numa Pompilio, ma che con molta probabilità si può ancora retrodatare questa istituzione a qualche secolo prima, se si tiene conto di recenti interpretazioni delle scritte in lingua umbra ed in alfabeto etrusco delle Tavole Iguvine, alcune delle quali risalgono al Secolo VI a.C. ma si riferiscono a disposizioni ancora anteriori, e che ci parlano delle Famerias Klavernijie, famiglie dei conciatori, cioè gruppi artigiani, dei quali sono accennati alcuni specifici diritti e doveri. Ma purtroppo in quell’epoca, in Piemonte ed in specie a Torino, nell’antica Taurasia che precedette l’Augusta Taurinorum, vivevano i Salassi, i Liguri, i Celti e gli Allobrogi, i quali non ci hanno lasciato documenti in nessun campo della loro attività.
Troppo lontana è, del resto, quell’epoca, perché possa interessare noi, che non siamo specialisti di storia dei popoli antichi. Però nell’occasione della celebrazione del Giubileo dell’Istituto del Cuoio di Torino, e riallacciandomi alle parole già citate di Ettore Andreis, che asseriva quivi essere la naturale sede di questa Scuola, ho voluto vedere cosa fosse, e quale importanza avesse l’industria conciaria nei secoli scorsi. E per quanto abbia in realtà trovato ben poche notizie sulle singole aziende conciarie, che evidentemente non erano, ciascuna presa di per sé, di grande importanza, ho al contrario trovato in gran numero disposizioni e regolamenti delle autorità governative, volte sia a difesa delle aziende stesse, per proteggerle e farne fiorire l’attività, sia a difesa dei consumatori, garantendo loro la genuinità dei prodotti, con apposite leggi e decreti. L’Università dei Coriatori risale, secondo i documenti che ho potuto consultare, al 1600.
Ho potuto, a questo riguardo, scoprire un prezioso fascicolo, contenente i: “Capitoli e Privilegi concessi dalla gloriosa memoria di Carlo Emanuele III, e confermati da Madama Reale Maria Giovanna Battista all’Università dei Coriatori della presente Città di Torino”.
Questo fascicolo porta la data del 1681, ma l’antico possessore di questo documento (che non vi ha indicato il suo nome) vi ha apposto in margine delle interessanti note manoscritte, dalle quali risulta che l’ Università era stata fondata nel 1600 e che gli articoli riprodotti erano stati compilati a somiglianza di quelli degli “Statuti dei Cuoiai” di Parigi del 1346. Quivi è ricordato come per l’iscrizione era necessario sottoporsi ad un esame e versare una tassa di 2 scudi d’oro; è detto inoltre che :”sarà ciascun coriatore tenuto ad osservare, massime per la conservazione dell’ Altare di S. Orso loro Protettore, nel continuare la celebrazione delle Messe, manutenzione dei paramenti e cera, quali furono accordati e concessi privilegi fin dal 1655, 20 Marzo, dalla gloriosa ed immortale memoria di Sua Altezza Reale or defunta”. Aggiungerò che la cappella di S. Orso dei Coriatori era allora eretta nella Chiesa della Madonna degli Angioli, ma non posso dire in quale epoca successiva sia stata trasferita nella nostra Cattedrale di San Giovanni, ove si trova attualmente.
Molti di voi conosceranno senza dubbio il polittico di Defendente Ferrari che adorna oggi l’altare di S. Orso (e che però risale alla prima metà del secolo XVI), che rappresenta una delle sue opere migliori: nella parte centrale è la Madonna col Bambino in delicato atteggiamento, caratteristico dell’arte piemontese, e nelle tavole laterali reca le immagini dei Santi Protettori dei conciatori e dei calzolai: San Tebaldo, Sant’Orso, San Crispino e San Crispiniano, nonché alcuni episodi della vita di questi ultimi. Aggiungerò ancora che l’ignoto conciatore che ha aggiunto le postille manoscritte ai predetti Capitoli, scrive, a proposito dell’esame cui dovevano sottoporsi i postulatori per essere ammessi a far parte dell’Università dei Coriatori: “ Il capo d’opera è stato ora ridotto al travaglio da dodici pelli a sole sei, coll’obbligo di travagliarne due di esse alla grassa, due altre all’oglio di pesce, e le rimanenti col sevo coll’obbligazione di ridurle in nero colla grana, lo che importa la spesa di soldi 26 circa “. Ho egualmente trovato un verbale di una riunione di questa Università, che riguarda l’elezione delle cariche direttive, avvenuta il giorno 30 ottobre 1686 alla presenza di un rappresentante di Sua Altezza Reale, di un Giudice e di un Notaio. In questo verbale è segnato l’elenco nominativo dei presenti, e sono indicati i nomi di 22 conciatori, coll’aggiunta delle seguenti parole: “ e questi facienti più delle due parti delle tre di detta Università, numero sufficiente ad ordinare”; si può quindi ragionevolmente ritenere che i conciatori appartenenti alla corporazione fossero in quell’epoca circa una trentina. Questi capitolati subirono successivamente, nel tempo, aggiunte e variazioni che non è ora il caso di riportare, perché di scarso interesse. Come pure non hanno interesse alcuni rescritti governativi indicanti l’imposizione di tasse e simili; però a proposito di queste tasse è curioso riferire che con un editto della Camera dei Conti in data 22 novembre 1640, vengono costituite le Commissioni di sorveglianza per evitare le frodi di commercianti di cuoi e pelli, e viene senz’altro detto che: “ I facenti parte di queste Commissioni, cioè Accensatori, Sublocatori, Esattori, Agenti e Servienti delle imprese, abbiano licenza presente ed avvenire di portare ogni sorta d’armi, eccettuato pistoletti e balestrini”. Si può ricordare anche che in Torino esisteva, unitamente a quella ricordata, l’Università dei Zavattari, riconosciuta nel 1620 da Carlo Emanuele I: questi avevano 64 piazze, cioè 64 titolari, ed era “ proibito alli venturieri e ad ogni altro zavattino, ed eziandio che sia soldato, di stare in questa città, suoi borghi e territori”. Questa clausola era stata introdotta perché quelli che non erano iscritti all’Università facevano concorrenza agli altri riducendo i prezzi; e d’altra parte ai soldati congedati erano concessi, per altre categorie di lavori, di poter entrare a far parte delle corporazioni, senza tasse e senza periodo di apprendistato. In un editto di Vittorio Amedeo II in data 25 luglio 1730, pubblicato bilingue in italiano e in francese, come era uso del tempo, vengono date precise disposizioni per la fabbricazione e il commercio di manufatti di lana e seta e dei cuoi. Sono particolarmente interessanti le prescrizioni, assai dettagliate, che vengono date per la concia, riprodotte in parte qui di seguito. “ I corami o sieno cuoia di bestie bovine, sì grossi che piccoli, non dovranno in verun modo affaitarsi, se prima non saranno ben scarnati, lavati, con purgarli bene col ferro dalla calcina, e ripolirli da ogni immondezza e superfluità”. “ Preparati come sopra, se si vorranno affaitare in galla, si metteranno nelle tampe o gallari, ed in essi dovranno stare mesi diciotto se saranno corami di bovi, tanto nostrali che forestieri, buffali d’Alessandria d’Egitto, di Costantinopoli, tori d’India e altre simili specie e grossezza; pendente quel tempo si darà loro per lo meno otto in nove volte la galla, salvo fossero corami di bovi nostrali piccoli , o pure scarti Tunisini, o altri forestieri di simile qualità, rispetto ai quali sarà lecito farli stare solo mesi quattordici, e darli solamente sette volte la galla”. Seguono altre prescrizioni per i vari tipi di pelli più piccole, e più avanti viene prescritto: “La quantità di rusca non si dovrà risparmiare, di modo che sia sufficiente per comunicare al cuoio tutto il nutrimento che potrà ricevere; sarà permessa nell’uso praticato fin d’ora, la pessera in supplemento della rusca in quei luoghi ove questa manca o scarseggia, purché se ne impieghi quanto basta per supplire” Per quanto riguarda questi materiali concianti, è da ricordare che col termine di galla “ non si intende la vera galla di China, ma la cosidetta “galla di Piemonte”, cioè quelle prodotte da vari Cinipedi sulle foglie di quercia, mentre la “rusca” si riferisce alla corteccia di quercia, e la “pessera” è la corteccia di pino. Le leggi e le prescrizioni governative allora vigenti in materia doganale non erano, in principio, molto differenti da quelle odierne: erano state stabilite anche allora delle tasse di entrata, di uscita e di transito. Ad esempio, le pelli di bue, bufalo, manzo, vacca, vitello, asino e mulo, le bazzane e il carniccio pagavano 8 lire piemontesi per quintale come dazio d’entrata e lire 1 e soldi 50 per transito, mentre l’esportazione era proibita. Per tutte le altre pelli era permessa, e pagavano lire 1 per quintale per diritto di uscita, salvo le pelli da pellicceria, che avevano tariffe variabili, ma superiori. In occasione dell’importante Fiera dei Cuoi, che si teneva due volte all’anno ad Alessandria, un Regio Viglietto del 19 Settembre 1768 prescriveva che i cuoi importati per essere esposti alla Fiera dovevano essere introdotti con esenzione di dazio, ma vi si doveva apporre un “ segnale” perché non fosse possibile commerciarli, dopo la fiera, in esenzione di tassa. Un altro editto di Vittorio Amedeo III, in data 23 Aprile 1784, dà le prescrizioni opportune per la sorveglianza delle varie lavorazioni, che erano affidate al controllo di uno speciale ufficio denominato il “ Consolato”. A proposito dei conciatori viene quivi prescritto che :” Sarà cura dei Consolati delle rispettive Città e dei Giudici di Polizia, di far procedere di quando in quando alla ricognizione dei cuoi nelle tampe e nei gallari, ed ove se ne abbia comodo, potranno ordinare che non siano tolti li cuoi dalle tampe, senza darne preventivo avviso per la visita” Inoltre viene anche detto: “ I Consolati faranno procedere ad impensate visite, e ravviseranno colpevoli i coriatori, magazzinieri, calzolai, sellai e mastri di carrozza, che fossero colti in possesso di corami difettosi o mal condizionati o privi delle prescritte marche o bolli”. Per i coriatori “ colpevoli” sono previste severe sanzioni: “Li contravventori saranno puniti colla perdita dei corami e delle pelli, e di più del loro valore, oltre le altre pene particolarmente imposte nei rispettivi casi; inoltre verranno li frodatori castigati colla perdita di bestie e vetture sulle quali si troveranno i corami; li recidivi, oltre le pene sopra stabilite, verranno puniti con altre arbitrarie”.
Ed infine, i predetti Consolati “ravvisando sostanziali difetti che non possano più venire riparati, oppure siano stati nutriti i corami dalla parte della carne e non da quella del pelo, procederanno contro i contravventori e provvederanno affinché essi corami non possano più essere commerciati, facendoli, ove d’uopo, tagliare in minuti pezzi”. Il più antico documento Torinese in cui si parli di cuoio è, per quanto è a mia conoscenza, il cosiddetto “ Codice delle Catene”: si tratta di una raccolta di Statuti, dati fin dall’epoca di Amedeo VI il Conte Verde nel secolo XIV, riprodotti in un codice pergamenaceo di 115 fogli, rilegati con assi di legno ricoperti di cuoio impresso: il codice restò fino al secolo XVIII fissato ad uno scanno nella Casa del Comune, a disposizione del pubblico, in seguito fu portato al Museo Civico ove si trova attualmente. La lingua è la latina, anzi il basso latino facilmente comprensibile. Poche sono le citazioni che si riferiscano alla fabbricazione del cuoio: una prescrizione ricorda che è proibito, perché riscontrato dannoso, l’impiego del metodo di insufflazione di aria fra il corpo e la pelle degli animali per favorire la scuoiatura. Un’altra dà indicazioni al suono serale della campana del Comune. Un’altra vieta l’impiego di lana di concia e di pelo bovino nella confezione di tessuti. Un’altra infine proibisce di lavare le pelli nelle acque scorrenti e di gettarvi i residui della concia.
Riporterò integralmente, a titolo di curiosità, quest’ultima prescrizione: CLVI“ Statutum est quod nulla persona aquam alicuius tinture seu alicuius tanzariorum proiciat seu proici faciat in viis seu in strata Taurini aut aliquas pelles lavat in aqua que labitur per Taurinum sub pena pro quolibet solidorum decem. Eadem pena substineat quilibet affaitator, tinctor vel peliparius qui poneret vel prohiceret ruscas affaitamentorum et tinturas in viis publicis vel in duria currenti per civitatem”. E’ appena necessario aggiungere che la “duria” o “ doira” è, in dialetto piemontese, quel piccolo, torrentello che quasi in permanenza scorreva un tempo al centro delle strade acciottolate: da questo termine derivò il nome del fiume Dora, e d’altra parte non è molti anni che la denominazione della Via di Dora Grossa è stata sostituita da quella di Via Garibaldi.
Molti altri documenti analoghi a quelli che ho ricordato potrei riprodurre, avendo avuto agio di prenderne visione, ma non credo necessario insistere, perché essi non fanno che ribadire le regole, le disposizioni e le sanzioni cui ho fatto cenno, allo stesso modo che facevano le ben note “Grida” di manzoniana memoria. Ciò significa come alle volte tali prescrizioni non venissero seguite colla dovuta regolarità, probabilmente per le medesime ragioni che, ai nostri giorni, inducono alcune concerie, fortunatamente rare, a sacrificare la qualità del cuoio per evidenti ragioni sulle quali non voglio insistere, ma facendo purtroppo una contro - campagna a quella che noi stiamo per l’appunto conducendo per il miglioramento del cuoio.
Ma queste lontane ordinanze che ho rievocato appaiono ancor oggi quanto mai interessanti, perché corrispondono a quella continua ricerca di perfezione che l’uomo, in qualsiasi condizione di lavoro, tenta di raggiungere per il bene proprio e dei suoi simili, a quella lotta stessa che noi conduciamo ancora per trarre il miglior beneficio da quei materiali che possiamo avere a disposizione. L’industria conciaria odierna, per nuovi cammini e con l’ausilio delle nuove scoperte chimiche e meccaniche, ha raggiunto un notevole grado di perfezione, che tuttavia non deve essere considerato come definitivo, ma solo un passaggio nella via che conduce a mete sempre più alte. Ma essa si volge reverente a considerare il lavoro dei suoi antecessori, che riuscivano a produrre, ed a produrre bene , con mezzi assai limitati, ed in più dure condizioni di lavoro.
Permettete al figlio di uno dei Fondatori dell’Istituto del Cuoio di Torino, che in quest’anno festeggia il Cinquantenario della sua fondazione, di formulare l’augurio sincero che esso possa continuare ad essere la nostra guida, e che i giovani uscenti dalle sue aule, entrando nell’industria, vi portino quella tenace volontà, quell’intelligenza, quell’operosità e quella capacità tecnica, che permetteranno loro di sorpassare ogni difficoltà e di vincere ogni ostacolo, in modo da portare la nostra industria a quella degna e preminente posizione che le spetta, per importanza di qualità e quantità, in mezzo al consesso di tutte le altre industrie nazionali, e per il miglioramento continuo delle fortune del nostro Paese. Torino 16 Gennaio 1954. Erberto Durio (con la collaborazione del Prof. G.A. Bravo)

NOTE
[1] Presentato all’Assemblea dell’Associazione Industria del Cuoio del 16 Gennaio 1954, in occasione della ricorrenza del cinquantesimo anniversario della fondazione (1903-1953) dell’Istituto Tecnico Governativo per la Conceria “Giacinto Baldracco”, già Conceria Scuola Italiana.
[2] Sant’Orso, di origine irlandese, si fermò a lungo in diverse città francesi, e poi pervenne ad Aosta, dove divenne Vescovo e vi dimorò fino alla morte avvenuta nell’anno 529. (n.d.r.)
[3] Collegia sostantivo plurale neutro di collegium =società, unione di persone della stessa dignità, offizio o arte). Opificum = degli artigiani da opifex - icis (n. d. r.) [4] Vissuto nel secolo VII a.C. (n.d.r.)
[5] Zavattari = ciabattini, fabbricanti di ciabatte, zoccoli. Difatti a Venezia nel Medio Evo i ciabattini si chiamavano zavatèri, mentre i calzolai caleghèri. (n.d.r.)
[6] Le Tavole Iguvine così denominate dalla parola latina Iguvium (l’attuale Gubbio) risalgono al VII-VI secolo a.C. Le interpretazioni date finora di queste tavole sono varie: secondo una di esse nelle tavole sono ricordate le famerias (famiglie o coabitazioni) dei fabbricanti di varie merci, fra cui quella dei klavernijie o lavoratori del cuoio. ( n.d.r.).
[7] Dallo spagnolo afeytar = lisciare, abbellire (n.d.r.).
[8] Tampe = fosse ove si mettevano le pelli e le galle, da dove anche il nome di gallari.(n.d.r.)
[9] I materiali concianti allora usati in Italia erano quasi esclusivamente la corteccia di quercia (specialmente il rovere e il sughero), che era detta rusca (n.d.r.).
[10] Conciante contenuto nella corteccia di pino, e poi anche la valonea, le foglie di mirto e sommacco. Per esempio la fabbricazione di marocchini era molto sviluppata, come anche l’importazione. Molto apprezzate erano le pelli di Adrianopoli, di Cipro, della Persia, della Mesopotamia, tinte per lo più con coloranti estratti dalla scorza di melograno, con curcuma, con cocciniglia e con indaco.( n.d.r.)
[11] Viglietto = biglietto(n.d.r.).
[12] Pelliccjaio.(n.d.r.)
[13] Per essere precisi derivarono da questo termine i nomi di due fiumi: Dora Baltea e Dora Riparia (n.d.r.).
[14] Si tratta di Secondo Durio fu Giovanni (1865-1934), padre di Erberto Durio, geniale innovatore e tenace propugnatore della concia rapida agli estratti tannici (n.d.r.)
[15] Presentato all’Assemblea dell’Associazione Industria del Cuoio. L’originale si trova nella raccolta Erberto Durio donata all’ITIS G: Baldracco di Torino.




D. Dalla bottega artigiana all’industria conciaria
 Fin dai tempi più remoti l’imperativo categorico dell’uomo era nutrirsi e proteggersi dal freddo. Per nutrirsi egli ricorse certamente dapprima alla dieta vegetariana, ma poi la carne fresca dovette essere usata con gusto crescente a scapito dei frutti della terra.
A differenza dell’uomo che nasce nudo, gli animali sono spesso coperti da un vello caldo e prezioso contro le intemperie. Pertanto il primo gesto fu dunque di avvilupparsi in una di queste confortevoli pellicce. Per quanto rozzi fossero i primi uomini, dovettero cercare un vestiario più proprio, più secco ed anche più durevole, dal momento che le pelli imputridiscono rapidamente con tutti i disagi che questo comporta. Allora si fecero seccare le pellicce prima al sole, se la stagione lo permetteva, più tardi al focolare di cottura della carne, con lo strofinamento (l’odierna palissonatura).
Si può supporre che sia sorto un sistema di cucitura sia per ornamento distintivo delle tribù, sia per civetteria femminile. Fin qui niente che possa somigliare alla concia; sembra che il grasso endogeno delle pelli stesse, fondendo con il calore del sole o dei fumi caldi del focolare, e combinandosi con esse, abbia dato luogo a reazioni chimiche simili a quelle che avvengono nella fabbricazione dello scamosciato all’olio. Peraltro il fuoco di legna verde ha sempre diffuso abbondanti fumi di odore acre sia anticamente che nel nostro XXI secolo; e questa acidità, che fa bruciare gli occhi ed irrita le mucose nasali, è quella dell’acido pirolegnoso: è questo il primo uso dell’aceto delle nostre cucine e dell’acido acetico dei nostri laboratori.
Ora questo acido si combina con le pelli senza attaccarle né disgregarle, al contrario conferisce loro una certa stabilità chimica e se prima le pelli sono state salate intenzionalmente o accidentalmente, è già se non una concia vera e propria, almeno un processo di conservazione. Tuttavia la conservazione non durava a lungo e l’edificio chimico non resisteva all’azione solvente delle piogge torrenziali. Rimaneva dunque il passaggio dalla pelle conservata alla pelle conciata, cioè al cuoio. La nascita della concia rimane un mistero; una vecchia tradizione cinese ne attribuisce la paternità all’imperatore Thing- Fang, che regnava 2000 anni a.C., ma calzature di antichità più remote sono state rinvenute in tombe assire ed egizie.
Le differenti ere della preistoria e della storia ci forniscono le une delle armi in pietra, che erano certamente fissate ad un manico da una cinghia in cuoio, le altre delle armi di bronzo che implicavano chiaramente un cinturone in cuoio, dal momento che delle fibbie le accompagnavano. E qui sorge una disputa fra la concia al vegetale e quella minerale.
I cuoi più antichi che possediamo sono di origine minerale, ma sono stati rinvenuti in terreni sabbiosi e secchi, che li hanno conservati intatti. Al contrario per trovare cuoi conciati al vegetale bisogna arrivare ad epoche relativamente recenti, sebbene si sappia che si fabbricavano molto tempo prima. E’ possibile che i due tipi di concia (vegetale e minerale) abbiano la stessa anzianità: press’a poco qualche millennio. Difatti nei paesi a clima secco il suolo contiene giacimenti di salnitro (natron) e di sali di alluminio e pertanto la concia minerale è stata la prima ad essere praticata e forse anche la sola, mentre nei paesi a clima umido e ricco di foreste la concia vegetale doveva essere la sola conosciuta. Rimane sempre da scoprire come questi procedimenti siano stati trovati.
E’ probabile che alcune spoglie di animali, gettate in pozzanghere, o in stagni o in concimaie, dove maceravano rami di quercia si fossero conservate con lo stupore di tutti. Da allora, ogni tribù nomade, ogni villaggio ebbe i suoi specialisti in questioni di cuoio, sia per la fabbricazione che per le sue applicazioni. Questi specialisti sono all’origine degli artigiani che ritroviamo lungo i secoli, riuniti nelle loro botteghe maleodoranti, lungo i corsi d’acqua e nelle periferie degli agglomerati urbani. Effettivamente nella maggior parte delle città esistevano le vie dei conciatori, dei fabbricanti di pergamene, degli artigiani della tintura, della rifinizione et coetera fino a quando questi nomi non sono stati sostituiti con delle celebrità locali. Per esempio l’attuale Via Lagrange era la Via dei Conciatori a Torino.
Gli artigiani del cuoio non solo raggruppano le loro botteghe (laboratori), ma stringono anche dei legami professionali. Per esempio a Parigi, il blasone e gli statuti conosciuti della Corporazione dei Conciatori datano l’anno 1160, quelli dei fabbricanti di pergamene l’anno 1324, et coetera. Ora Corporazione vuol dire tradizione, disciplina, segretezza di fabbricazione.
Una tale organizzazione ha dei vantaggi, ma anche degli svantaggi. I vantaggi sono innegabili e sono conservati nei musei e nelle varie collezioni. Grazie a questi principi una conoscenza professionale si è mantenuta intatta attraverso i secoli con la sola preoccupazione di rispettare le regole della fabbricazione. Il lavoro di ogni addetto era strettamente sorvegliato dai sindacati dell’epoca, le cui sanzioni erano estremamente severe e veniva punita la minima negligenza e la più piccola dimenticanza nella successione inflessibile delle diverse fasi della lavorazione (non era altro che l’odierno diagramma o ciclo di lavorazione. D’altronde nelle botteghe artigiane non entrava chi voleva: erano richiesti, di rigore, numerosi anni di apprendistato, con la necessità di una sorta di esame alla fine del periodo di apprendistato e questo esame finale veniva concretizzato con la presentazione di un lavoro eseguito dalle sole mani del candidato. Così si passava dall’apprendistato alla qualifica di tecnico fino ad arrivare alle alte cariche sindacali. Infine i limiti di competenza di ciascuna Corporazione dei Mestieri erano regolamentati.
Ad esempio chi conciava al vegetale si limitava alla concia, mentre tutte le altre operazioni di rifinizione venivano effettuate da altri artigiani. Così l’ingrasso, la tintura, la messa al vento per trasformare la forma convessa (bombata) della pelle in superficie piana, venivano fatte da altri tecnici.
Questa suddivisione dei ruoli di ruoli è rimasta nella terminologia dei conciatori. Ad esempio in Francia c’era: le corroyeur, le brunisseur, le finisseur. In Italia i lavori di riviera (reparto umido), preparazione alla concia venivano fatti dagli affaitori e lo stesso in Inghilterra: le varie operazioni avevano nomi diversi perché fatte da artigiani diversi.
Si comprende come in seno ad una tale organizzazione venissero gelosamente conservati i giri di mano e i segreti di fabbricazione: proprietà immateriale, ma nello stesso tempo reale, sia di una particolare bottega che di un raggruppamento regionale ed anche di una intera Corporazione. La tradizione era devotamente trasmessa da padre in figlio, dal padrone ai tecnici di fabbricazione. Ma si comprende che un tale tipo di organizzazione del lavoro comportava dei difetti: la tradizione diventa routine, la disciplina può trasformarsi in sottomissione.
Così le Corporazioni si sono, nel corso degli anni, cristallizzate in un conservatorismo, nemico di ogni progresso, di ogni innovazione, sia pur minima del ciclo di lavorazione. Pertanto nel corso dei secoli l’industria del cuoio è rimasta intrappolata in un vicolo cieco. Soltanto verso la metà del secolo XIX con l’avvento della meccanizzazione, la struttura sindacale subisce uno scossone A partire da questo tempo non entra in gioco la concorrenza per la qualità del prodotto, ma è sempre più in gioco soprattutto la concorrenza pei prezzi. La macchina destinata alla diminuzione dei costi comporta una produzione continua e regolare, ma nello stesso tempo però aumentano i costi di investimento, di manutenzione e i consumi energetici per fare funzione i macchinari. Di fronte a questo nuovo scenario i piccoli artigiani non riescono a sostenere tali spese da soli e pertanto devono raggrupparsi, associarsi e mettere le loro risorse e nello stesso tempo le loro conoscenze professionali. Gli artigiani che si sottomettono a questa situazione firmano la loro fine a più o meno breve scadenza. Tuttavia è solo verso l’inizio del XX secolo che la concia diventa industria.
Un nuovo sconvolgimento si affianca alla meccanizzazione ed è quello di produrre gli estratti tannici. Fino ad allora ogni paese, ogni regione aveva utilizzato il proprio materiale conciante naturale. Con l’introduzione degli estratti tannici si passa dalla concia lentissima (circa due anni) ad una concia lenta (circa 12 mesi) usando scorze più estratti, fino alla concia rapida, usando esclusivamente estratti (qualche settimana). Con questi nuovi due fatti c’è una ripercussione economica perché le pelli e le cortecce non rimangono immobilizzate per molto tempo. Anche l’uso dei prodotti sintetici nella concia ha una ripercussione economica sulle aziende. Così in alcune città in cui la concia era particolarmente fiorente, il numero delle imprese passò in poche decine di anni, da alcune centinaia a qualche decine, per arrivare in capo ad un secolo di evoluzione.
Dopo lo sconvolgimento delle due guerre mondiali, questo ciclo di trasformazione non può considerarsi compiuto. Assieme agli estratti tannici, la nascita della concia al cromo provocò una vera rivoluzione. Si trattava di una industria del tutto nuova, senza passato, né tradizioni, né routine, partita su una base assolutamente nuova, ma con legami con la grande industria chimica. I primi studi sul potere conciante dei sali di cromo datano 1850, ed i primi brevetti dal 1874 al 1884. Le prime applicazioni industriali risalgono agli inizi del secolo scorso. Il successo della concia al cromo fu ragguardevole perché in pochi anni diventò il sistema di concia predominante sulla concia al vegetale e su quello all’allume.
La concia ai sali di ferro, nonostante le ricerche risalgono 1870, fu meno fortunata ed ebbe un breve periodo di ampia diffusione durante la seconda guerra mondiale, per la penuria di sali di cromo. Invece la concia allo zirconio, il cui brevetto fu depositato nel 1933, è stata utilizzata per la concia di cuoi bianchi. Altri tipi di concia sono stati studiati, ma bisogna sottolineare che l’industria conciaria odierna è legata all’industria che fabbrica i prodotti conciari. E pertanto sono stati creati dei laboratori di ricerca in seno alla stessa industria chimica, la quale fornisce alle aziende oltre al prodotto anche il ciclo di lavorazione indicativo del prodotto chimico venduto.
E’ compito ed abilità del conciatore modificarlo ed adattarlo al tipo di cuoio che vuole produrre. In Italia fino all’anno scorso non esistevano cattedre universitarie riguardanti la chimica conciaria e tutta la preparazione era affidata a tre Istituti Tecnici Industriali (Torino, Arzignano, Solfora). Quest’anno è stata istituita una cattedra triennale di Ingegneria Conciaria presso l’Università di Padova. Oltre ai suddetti tre Istituti Tecnici in Italia opera un centro di ricerca denominato: Stazione Sperimentale per l’Industria delle Pelli e delle Materie Concianti, con sede centrale a Napoli. Questa Stazione Sperimentale dipende dal Ministero dell’Industria. L’Industria conciaria, già da tempo ha abbandonato le scuole tecniche, dalle quali sono usciti tutti i diplomati, che operano in campo conciario sia in Italia che all’estero. E questo per quello detto sopra, che cioè l’industria dei prodotti chimici conciari oltre ai prodotti fornisce anche le ricette (non impegnative) per l’uso di tali prodotti.
Ormai la fase dei segreti di fabbricazione e dei giri di mano è superata: le conoscenze professionali conservate al riparo delle indiscrezioni dei concorrenti sono diventate dei dati tecnici diffusi sia dalle scuole che dalle pubblicazioni specializzate. Inoltre, invece di presentare un carattere frammentario e individuale, l’informazione tecnico-scientifica è codificata e fondata su basi scientifiche, che sono la garanzia di ulteriori progressi. E’ chiaro che nell’arte della concia nessuno può ignorare questi fatti ed è per renderli accessibili a tutti che è stato concepito il presente lavoro. E’ stato redatto con la preoccupazione di realizzare una sintesi fra teoria e pratica professionale.
Si è insistito molto sui concetti della termodinamica (applicati nel progetto del magazzino frigorifero e nell’essiccamento per esempio), del trasporto del calore, sugli schemi delle macchine conciarie ed infine sui progetti di massima e sui diagrammi di lavorazione di alcuni articoli importanti, e sulla stesura di relazioni tecniche. Sarebbe ingannare il lettore lasciargli credere che esistano diagrammi di lavorazione definitivi, perché la migliore ricetta non vale nulla al di fuori dell’insieme di fabbricazione, di cui è parte integrante. Nella letteratura tecnica mondiale esistono pochi libri sulla concia delle pelli.
Quasi tutta l’informazione conciaria è sparsa su riviste specializzate o in relazioni di congressi, non sempre adeguatamente divulgata e di non facile reperibilità. Come sempre accade un libro dato alle stampe nasce incompleto e mai definitivamente concluso. Pertanto i lettori interessati sono invitati a segnalare all’autore come avrebbero voluto la presente opera.
Si è anche insistito molto sulle note storiche e sulla etimologia dei termini conciari, perché è convinzione dell’autore che se si conosce l’origine dei termini conciari, diventa più facile ed appassionante svolgere la funzione di tecnico conciario in modo più consapevole e più logico. E per finire si sottolinea che l’industria della concia è un industria atipica, nel senso che si parte da un reagente (la pelle grezza) e si arriva ad un prodotto di reazione (il cuoio), senza che il reagente sparisca totalmente, come avviene nelle normali reazioni della chimica industriale.
E’ altresì da sottolineare che si occupa della concia delle pelli è un privilegiato, perché l’industria della concia ha interessato tutti i popoli della Terra e tutte le epoche. (da Vincenzo Caniglia: Macchine e Impianti di Conceria Volume I Editore Levrotto & Bella Torino 1999).



Pelle di elefante proveniente dalle ex-colonie italiane conciata in vasca con tannini naturali dalla ditta F.N.E.T. di Moncalieri nel 1935. Donata dal Prof. G.A. Bravo all’istituto del Cuoio “Giacinto Baldracco” nel 1948. Collocata nell’aula Magna dell’I.T.I.S. “Giacinto Baldracco” di Torino.